“Il casellante” di Camilleri: poesia, musica e racconto

Di scena al teatro Biondo di Palermo fino al 12 marzo, “Il casellante”, tratto dall’omonimo racconto di Andrea Camilleri, diretto da Giuseppe Dipasquale e interpretato da Moni Ovadia, Valeria Contadino, Mario Incudine.

Tra la comicità e la commozione, Camilleri trasferisce i suoi protagonisti nel microcosmo del piccolo paese di Vigata. Qui, in una dimensione ovattata, dove la semplicità dei gesti e delle vite è scandita dal lento scorrere del tempo ripetitivo e rassicurante, sopraggiunge con veemenza a stravolgere le vite dei cittadini di Vigata, la guerra. Come un bombardamento in pieno giorno, strappa i vigatesi al tran tran quotidiano: il lavoro, i momenti di ozio, il conforto del focolare domestico sono “violentati” dall’avvento dei soldati e con essi, del fascismo.

Sebbene si apra con il sopraggiungere dell’esercito e poco dopo, di un omicidio, “Il casellante” non è un racconto di guerra, non è un giallo. Più intimo, più profondo, scava nell’intimità della modesta coppia protagonista. Tutt’attorno a loro la guerra, il fascismo, ma loro immersi in una realtà racchiusa tra le mura di casa, coltivano il sogno di diventare genitori.

“Il casellante” è la storia di una maternità negata, racconta di una violenza che s’insinua viscida e serpeggiante, ledendo la serenità della coppia. Una violenza che esplode nella brutalità e nella bestialità della più infima delle sue manifestazioni, la violenza carnale, che ferisce mortalmente il corpo e la mente.

Il racconto, si dipana tra i canti e le musiche e l’incalzare del cunto siciliano a cui è deputato, l’arduo compito di districarsi tra la violenza e il dolore, lo strazio e la disperazione del racconto dello stupro.

I personaggi si muovono all’interno di una scenografia aperta, puntellata da singoli oggetti scenici simbolici: il carrello sul binario, la poltrona del barbiere, pochi arredi domestici e infine, un albero. Si recupera così la semplicità della rappresentazione scenica, dove la narrazione dei luoghi e del tempo sono affidati al canto e alla parola.

Mario Incudine protagonista e autore delle musiche, si destreggia sulla scena tra la leggerezza e la spensieratezza della vita del casellante e la disperazione di un marito in cerca di vendetta, ma che è impotente dinanzi ai deliri della donna amata. Valeria Contadino, è la moglie ferita a morte nel suo più intimo segreto, il desiderio di maternità, su cui piomba la violenza della sua personale guerra. Lei che come Dafne, ritorna alla terra per sfuggire al brutale assalto e cerca nella terra il compimento della sua esistenza, “dare frutti”. Moni Ovadia è insieme, narratore, barbiere, giudice, la mammana del paese e l’autore della violenza, muove le fila della macchina drammaturgica, ora discreto e complice, ora comico e grottesco; nei suoi molteplici ruoli è dominante e sempre credibile, interprete di una favola agrodolce, che ripone nel finale tragico, tra morte e macerie, la speranza della vita che vince sulla morte.