HomeA Modo MioDove è finita l’Italia del calcio?

Dove è finita l’Italia del calcio?

Dov’è finita l’Italia che nel passato ha conquistato quattro Mondiali, due Campionati Europei e una medaglia d’oro alle Olimpiadi?

Me lo chiedo spesso, e credo che non sia l’unico.

Qualcuno dirà che il calcio è cambiato, che il mondo è cambiato, che ormai è tutto diverso. Sarà anche vero, ma una cosa è certa: l’Italia blasonata del calcio giocato, che faceva paura a tutti, non esiste più.

O forse si è semplicemente dissolta al sole, come la neve a primavera.

Tre Mondiali di seguito ai quali non parteciperemo la dicono lunga, anzi lunghissima. Non servono tante analisi tecniche, tattiche, sociologiche o economiche: basta questo dato per capire quanto siamo scesi in basso. Una volta qualificarsi al Mondiale era normale, quasi scontato, oggi invece sembra un’impresa.

Ma che fine hanno fatto i Baggio, Maldini, Buffon, Rivera, Meazza, Totti, Baresi, Del Piero, Riva, Cannavaro, Pirlo, Scirea, Facchetti, Piola? Questo solo per citarne qualcuno di un elenco infinito.

I grandi calciatori del passato, quelli che sudavano la maglia, che ci tenevano davvero a rappresentare l’Italia, che entravano in campo con l’orgoglio e non solo con il contratto in tasca, dove sono finiti?

Non voglio dire che oggi non esistano più bravi giocatori italiani. Qualcuno c’è, per carità. Però sono pochi, troppo pochi, e soprattutto non fanno più la differenza come una volta.

E allora la domanda viene spontanea: di chi è la colpa?

Le colpe, come sempre, non sono mai di uno solo.

I fattori che hanno portato a questo depauperamento calcistico sono diversi. E pensare che di soldi nel calcio ce ne sono a bizzeffe. Le società spendono milioni e milioni per rinforzare le squadre che dovrebbero poi fornire i giocatori alla Nazionale. Però, quando si va in Europa, spesso facciamo brutte figure. E allora viene da chiedersi: dove finiscono tutti questi soldi?

Un’altra domanda che mi faccio spesso è questa: che fine hanno fatto i grandi presidenti di una volta?

Quelli che costruivano squadre, progetti, settori giovanili, identità. Quelli che litigavano, urlavano, ma alla fine amavano davvero la loro squadra e il calcio.

Oggi il calcio è cambiato. Ormai, visti gli investimenti enormi che i grandi club a livello mondiale fanno per rinforzarsi sempre di più, inflazionando il mercato, una persona da sola non può più reggere il confronto. Le società non sono più del presidente tifoso, ma di fondi, gruppi finanziari, multinazionali.

Il calcio è diventato economia, finanza, marketing, diritti televisivi, sponsor, social network. Tutto, tranne forse il calcio di una volta.

Il perché del calo dei nostri giocatori è abbastanza evidente. I grandi club preferiscono comprare giocatori stranieri a suon di milioni invece di puntare sui giovani italiani. Invece di rinforzare i vivai e far crescere i talenti nostrani, si va all’estero a comprare il giocatore già pronto.

Sarà forse la colpa della Sentenza Bosman (1995) che ha equiparato i calciatori comunitari (provenienti dall’Unione Europea) ai lavoratori nazionali, vietando limitazioni numeriche per i cittadini UE e poi della FIGC che ha progressivamente allentato i vincoli anche per i giocatori non europei (extracomunitari)?

Così però i nostri giovani non giocano, non crescono, non sbagliano, non fanno esperienza. E senza esperienza non si diventa grandi giocatori.

Una volta i ragazzi avevano fame di arrivare, fame di sacrificarsi, fame di emergere. Venivano dalla strada, dai campetti di terra, dalle periferie, e per arrivare in Serie A dovevano lottare con le unghie e con i denti.

Oggi molti arrivano troppo presto ai soldi, alla fama, ai procuratori, ai contratti, ai social. E quando arrivano troppi soldi troppo presto, a volte passa la fame. E senza fame, nello sport, non si va da nessuna parte.

Oggi ho sentito due frasi che mi hanno fatto riflettere molto:

  • la prima: i giovani di oggi non hanno ancora provato le emozioni e le soddisfazioni che la Nazionale ha dato a noi che abbiamo una certa età.
  • la seconda: noi che abbiamo una certa età probabilmente non rivivremo più quelle emozioni che abbiamo vissuto anni fa.

Due frasi che fanno pensare e anche un po’ male al cuore, per chi ha visto certe partite, certe notti, certe vittorie, certe esultanze in piazza.

E allora che fare?

La soluzione non è semplice, non esiste una bacchetta magica. Però una cosa è sicura: bisogna ripartire dai giovani.

Dai campi di provincia, dalle scuole calcio, dalle serie minori, dai settori giovanili. Bisogna far giocare i ragazzi italiani, farli crescere, farli sbagliare, farli maturare. Bisogna insegnare loro che prima viene il sacrificio, poi il successo.

Servono ragazzi con la testa sulle spalle, senza grilli per la testa, con la voglia di arrivare e di dimostrare quanto valgono. Servono ragazzi con fame di gloria, non solo di contratti e di follower.

Io sono convinto che l’Italia possa ancora tirare fuori grandi giocatori. Il talento nel nostro Paese non è mai mancato e non mancherà mai.

Il problema è capire se avremo la pazienza e il coraggio di farli crescere.

In ultimo, vorrei fare un appello a chi potrebbe dare una svolta a questo impasse e cioè, in primis ai politici e poi i vertici sportivi, affinché vengano prese quelle misure che tutelino meglio e di più i nostri ragazzi.

Speriamo bene!

N.B. L’immagine di copertina è stata creata con l’AI

CORRELATI

Ultimi inseriti