Automobilismo: la salvezza di Romain Grosjean viene da lontano

Abbiamo assistito ieri in TV al terribile incidente che ha visto coinvolto, in F1, nel corso del primo giro del GP del Baharain, il 24enne Romain Grosjean, pilota svizzero con passaporto francese della Scuderia Haas ed abbiamo udito la parola “miracolo” dalle voci concitate dei cronisti di tutto il mondo, che poi si sono estese anche alla stampa mondiale.

Con la mia umile conoscenza storica di automobilismo e con quella poca, o grande, esperienza che sia, fatta in prima persona sui percorsi di gara, sostengo che definire “miracolo” l’incolumità del bravo Romain, risulta, non solo riduttivo per il progresso tecnologico compiuto, in termini di sicurezza, dalle Case automobilistiche, ma persino offensivo per uomini come lo scozzese Sir Jackye Stewart e come lo svedese Joakim Bonnier che furono tra i primi, tra gli anni ’60/’70, a battersi per la sicurezza, dando filo da torcere all’allora potere sportivo della F1 ed in particolare a Bernie Ecclestone che deteneva il monopolio assoluto, quasi un potere di vita e di morte, visto che quasi ogni domenica ne moriva uno, sui piloti, costretti ad affrontare, senza possibilità di ribellarsi, pena venire appiedati dalla Scuderie e subito sostituiti, alle incredibili situazioni d’insicurezza allora in atto.

Mi spiego meglio e questo in onore anche alle tanti morti di piloti indimenticabili del calibro, solo per citarne alcuni, degli italiani della Ferrari Lorenzo Bandini, morto nel corso del GP di Monaco del 1967 e di Ignazio Giunti che perse la vita durante la 1000Km di Buenos Aires nel 1971; dell’inglese Roger Williamson deceduto durante il GP di Zandvoort del 1973,  di Francois Cevert che a Watkins Glen perse la vita, sempre nel 1973 e dell’austriaco Helmut Koinigg morto, sempre durante il GP di Watkins Glen del 1974, giovani divorati, si dall’urto sui guard-rail, ma anche dalle fiamme che subito dopo un impatto si sprigionavano allora dalle vetture.

Alle loro morti che hanno sensibilizzato il mondo dell’automobilismo sportivo, va reso quindi il giusto onore e così sostengo che la salvezza di Grosjean, definita a mio avviso, abbastanza irriguardosamente e frettolosamente come “miracolo”, è riconducibile, nell’ordine, all’introduzione dello halo (una sorta di gabbia protettiva che ha salvato il pilota dalla decapitazione); dal collare di Hans, dai crash-test di sicurezza voluti dalla FIA ed accettati dalle Scuderie che hanno portato all’introduzione di una vera e propria “cellula di salvezza” che risparmia spesso la vita al pilota, oltre che al miglioramento assoluto dell’abbigliamento di sicurezza che fa ricorso al tessuto ignifugo, studiato da rinomate e specializzate Aziende e tra queste le italianissime SPARCO  e Alpinestar che veste il pilota coinvolto nell’incidente di ieri.

Certo, indubbiamente una serie di coincidenze fortuite, a cominciare dalla vicinanza del Commissari sportivi e dello Staff medico, tutti vicini al luogo dell’impatto della Haas di Romain, hanno contribuito a salvarlo ed a far si che con lievi ustioni alle mani e ad una caviglia, dovuta alla perdita di una scarpa, probabilmente rimasta incastrata nella pedaliera della Haas e qualche contusione, il nostro eroe, tra non molto, potrà tornare a casa e sicuramente a guidare la sua, oggi più che mai, meritata F1.

Bisognerà invece indagare sul perchè di quella vera e propria esplosione che si è verificata dopo l’urto e perchè, dopo tanti anni dalla scomparsa dalla gare automobilistiche delle fiamme, grazie anche al serbatoio particolare studiato alla fine degli anni ’70 dal compianto Ing. Carlo Chiti, il fuoco sia tornato a far rabbrividire piloti, addetti ai lavori ed anche gli spettatori.

Nel frattempo, sul profilo Instagram, dell’oggi 81enne Jackye Stewart, ex pilota della Matra e della Tyrrell che può vantare ben 27 vittorie in F1 e tre Titoli Mondiali vinti nel 1969, nel 1971 e nel 1973, si susseguono i ringraziamenti per quell’opera eroica e coraggiosa, cominciata, come all’inizio del mio articolo ho in breve descritto, oltre 40 anni fa’.

A gioire e a commuoversi oggi, così come sicuramente sta facendo Stewart, non ci sarà invece Joakim Bonnier, pilota che è rimasto nel mio cuore perchè l’ho ben conosciuto, oltretutto vincitore con la Porsche della Targa Florio 1960, il quale, nonostante il suo impegno per la sicurezza, speso accanto allo Scozzese, volò via tra gli alberi del velocissimo rettilineo dello Hunaudiére del Circuito della 24h di Le Mans, in un terribile incidente occorso alla sua Lola-Cosworth, durante la classica francese del 1972.