Alganesc Fessaha si racconta e chiede aiuto.

Enza Malatino - Luisa Ricotta - Alganesc Fessaha

In esclusiva al nostro giornale, Alganesc Fessaha, fondatrice e presidente dell’Organizzazione Non Governativa Gandhi, ha rilasciato un’intervista che racconta la sua storia e il perché abbia cominciato la sua opera umanitaria.

D: Come nasce l’idea di aiutare gli altri?
R: Da una mia esperienza vissuta in Sudan tanti anni fa. Incontrai dei ragazzini che parlavano tra loro. Ero al confine tra Eritrea e Sudan. Ad un certo punto mi avvicinai e gli chiesi chi erano. Mi sorprese che i ragazzi non erano parenti, il più grande aveva appena 13 anni ed il più piccolo 4 anni e mezzo. Vidi i più grande come li accudiva e loro come lo ascoltavano. Ad un certo punto, sempre il più grande, disse “Voi non dovete andare a chiedere l’elemosina, a quello ci penso io, voi dovete solo pensare a studiare.” A quel punto, gli chiesi: “Ma quelli sono i tuoi fratellini?” e lui: “No. Siamo scappati da un villaggio che è stato distrutto e dove sono morti i nostri genitori. Non ci conoscevamo. Ma eravamo spaventati e soli, quindi ho deciso di prendermi cura di loro”. Questa cosa mi ha shoccato. Mi sono detta “Ma guarda, questo qui è solo un ragazzino che pensa agli altri, vuole farli studiare, ed io che sono una trentenne non devo fare nulla per loro?. Da quel momento è partita questa idea. Ho detto che anche io dovevo fare qualcosa per aiutare gli altri. Abbiamo fatto l’adozione a distanza per questi bambini ed abbiamo costruito loro una bella capanna dove hanno potuto studiare. Il più grande ha studiato falegnameria e gli altri hanno fatto altri studi. Il più piccolo sta studiando odontoiatria. Il più grande si è sposato ed ha avuto figli ma quando parla dei compagni che ha aiutato a fuggire dal villaggio e far crescere, di loro dice: “I miei figli ormai sono grandi”. Si, li considera proprio come figli. Questo comportamento mi ha aperto la mente ed il cuore, ed è per questo che ogni giorno devo fare qualcosa per i tanti come loro.

D: Quando e perché ha creato l’organizzazione?
R: L’ONG Gandhi, è stata creata nel 2002 in Costa d’Avorio per proteggere le donne indifese, i bambini di strada. Siamo presenti in dodici paesi africani, francofoni. Per i bambini di strada abbiamo costruito una scuola in un villaggio. Stiamo cercando di costruire una scuola anche in Costa d’Avorio per 250 bambini di strada oltre a proteggere le donne maltrattate

D: Non penso che il nome dell’organizzazione sia causale.
R: No. Gandhi è Il nome che veniva dato a mio padre perché lui diceva che le soluzioni possono venire pacificamente anche con il dialogo. Ed io sono una grande ammiratrice sia di Mahatma Gandhi che di mio padre.

D: Se potesse, cosa farebbe in più di quello che ha già fatto?
R: Il mio grande desiderio è questo: costruire le scuole nel deserto del Sinai per i figli dei beduini affinché crescano è capiscano che torturare ed uccidere le persone non è una cosa normale ma solo frutto dell’ignoranza. Dare loro una vita normale, questo è uno dei desideri che ho ancora nel cassetto. Spero che presto possa tirarlo fuori.

D: Quanto finora è riuscita a fare?
R: Molte sono le cose sono riuscita a realizzare. Come associazione, abbiamo liberato 3800 prigionieri dalle prigioni egiziane per detenzione illegale, sottraendoli alle mani dei trafficanti di esseri umani e di organi, senza pagare alcun riscatto. Abbiamo 1700 bambini dall’età di 3 ai 6 anni a cui diamo un pasto al giorno. E poi liberiamo le donne dai torturatori e dai trafficanti.

D: Ma a livello internazionale c’è qualcuno che l’aiuta?
R: A livello internazionale, quasi nessuno. C’è una signora, la Granduchessa di Lussemburgo, che ci aiuta. Per quanto riguarda gli aiuti per la liberazione di esseri umani oppure il pasto al giorno siamo molto aiutati dai Frati Francescani e dai Missionari di Trento. Poi l’aiuto viene anche dalla solidarietà umana, non in termini di denaro. Ci sono beduini che sono brave persone e che ci aiutano a salvare donne e bambini dalla tortura. E questo vale più di qualunque somma di denaro.

D: Quindi le istituzioni non l’aiutano?
R: No.

D: Ma lei ha provato a chiedere aiuto?
R: Quello che chiedo alle istituzioni, non è denaro, bensì che riconoscano che ci sono questi traffici di essere umani e di organi e che cerchino di combatterli. Il denaro si può chiedere altrove, ci sono persone generose che donano per la causa. L’importante è che questo crimine che si continua a commettere ai giorni nostri, venga fermato. Ci sono bambini e donne che vengono violentati tante volte al giorno. Bambini che da piccoli vengono torturati. Questo massacro deve finire. Io quando penso a quello che sta accadendo in Libia, in Sudan ed in altri paesi, penso che sia la nuova Shoah, perché con le torture, nel deserto del Sinai sono morte più di 10.000 persone. Andiamo a recuperare cadaveri nel deserto e sono senza nome. Nel deserto della Libia, come nel mare ce ne sono altrettanti se non di più. Questo dramma deve finire. Non ha bisogno di nessuna pubblicità perché è anche sotto gli occhi di tutti. Cosa accade a Lampedusa lo sappiamo tutti. Allora questo dramma vogliamo fermarlo? Abbiamo il desiderio di fermarlo o usiamo l’immigrato solo per campagna politica? Io vivo in Italia da più di 35 anni. L’Italia è un paese che tutte le volte grida all’emergenza. È tutto emergenza, non possiamo fare dei piani più lungimiranti in cui la gente viva anche tranquilla? Si deve fare. Alle istituzioni non chiedo altre che questo.

Enza Malatino - Luisa Ricotta  - Alganesc Fessaha
Enza Malatino – Luisa Ricotta – Alganesc Fessaha