Quattrocentouno anni fa, il 5 agosto 1625, nasceva a Palermo Vincenzo Auria, uno degli intellettuali più prolifici della Sicilia del Seicento. Storico, giurista, archivista reale, poeta e accademico, dedicò la sua lunga attività allo studio della storia dell’Isola e alla celebrazione delle sue tradizioni. Se la sua fama è legata soprattutto ai numerosi scritti storici, non meno importante è la sua attività di poeta in lingua siciliana, attraverso la quale contribuì a confermare la dignità letteraria del siciliano.
Nato da un’antica famiglia nobile palermitana, Auria ricevette una solida formazione umanistica presso il collegio dei Gesuiti della città. Dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita all’Università di Catania nel 1652, esercitò con successo la professione forense fino a quando, nel 1679, fu nominato archivista reale. Da quel momento poté dedicarsi completamente agli studi storici e letterari, attività che avrebbe proseguito fino alla morte, avvenuta a Palermo il 6 dicembre 1710.
Fu membro di importanti accademie letterarie, tra cui i Riaccesi di Palermo, gli Assodati di Marsala e l’Arcadia di Roma, entrando in contatto con alcuni dei maggiori eruditi italiani del suo tempo. La sua produzione fu sterminata: opere storiche, biografie di santi, cronache cittadine, poesie e raccolte di carattere erudito.
Tra i suoi lavori più significativi figurano l’Historia cronologica delli Signori Viceré del Regno di Sicilia, pubblicata nel 1697, e La Sicilia inventrice del 1704, un’opera nella quale raccolse e valorizzò ciò che riteneva fossero le più importanti invenzioni e i contributi culturali nati nell’Isola. Di particolare interesse sono anche i suoi Diari, che costituiscono ancora oggi una fonte preziosa per ricostruire la vita politica, sociale e culturale della Palermo seicentesca.
Ma è nella sua produzione poetica in siciliano – molta della quale manoscritta e ancora inedita – che Vincenzo Auria rivela un volto meno conosciuto e, per certi aspetti, sorprendentemente moderno. Le Canzoni siciliane amorose (1647), le Canzoni siciliane burlesche (1651) e le Canzoni siciliane sacre (1653), pubblicate all’interno della raccolta antologica Le Muse Siciliane curata da Giuseppe Galeano, dimostrano come il siciliano sia una lingua pienamente capace di esprimere ironia e sentimento ma anche poesia e spiritualità, .
In un periodo in cui la lingua siciliana continuava a essere parlata quotidianamente da tutti ma trovava sempre meno spazio nella produzione colta, Auria ne fece invece uno strumento letterario, contribuendo a mantenere viva una tradizione che affondava le proprie radici nella gloriosa stagione della Scuola Poetica Siciliana del Duecento. I suoi componimenti spaziano dalla poesia religiosa a quella burlesca, fino ai versi d’amore, nei quali la critica ha riconosciuto gli accenti più autentici della sua ispirazione.
Naturalmente, come molti intellettuali del suo tempo, Auria guardò alla storia con gli occhi del Seicento. Le sue opere risentono di un forte sentimento di appartenenza alla Sicilia e di una costante volontà di esaltare Palermo come capitale del Regno, una prospettiva che gli procurò anche vivaci polemiche con altri studiosi, soprattutto messinesi. Al di là di queste inevitabili letture legate al contesto storico, resta il valore documentario delle sue opere e l’impegno con cui cercò di custodire la memoria della sua terra.
A distanza di 401 anni dalla nascita, Vincenzo Auria merita di essere ricordato – soprattutto dopo che il 400° anniversario della sua nascita è passato pressoché inosservato – non soltanto come storico del viceregno spagnolo, ma anche come uno degli autori che contribuirono a conservare e valorizzare il patrimonio letterario della lingua siciliana. La sua produzione poetica in siciliano rappresenta ancora oggi una testimonianza significativa della vitalità culturale dell’Isola nel Seicento e costituisce un tassello importante nella storia della letteratura siciliana.
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Niccolò Palmeri, il patriota dimenticato che sognò una Sicilia indipendente e moderna
Nacque a Termini Imerese il 10 agosto 1778. Economista, storico e deputato, fu tra i padri della Costituzione siciliana del 1812 e fervente sostenitore del liberismo economico.
Ricorre oggi, 10 agosto (secondo alcune fonti, il 9), il 248° anniversario della nascita di Niccolò Palmeri, una delle figure più lucide, poliedriche e affascinanti del panorama intellettuale e politico della Sicilia del XIX secolo. Nacque a Termini Imerese nel 1778 da una famiglia aristocratica (il padre, il barone Vincenzo, vi si era trasferito da Caltanissetta), ed è proprio nella città imerese e nella vicina Palermo che Palmeri ha lasciato un’impronta indelebile, intrecciando economia, storia e passione civile.
L’eredità dell’abate Balsamo e la svolta costituzionale del 1812
Formatosi tra la Reale Accademia degli Studi di Palermo e l’Ateneo di Catania, Palmeri trovò nella guida dell’abate Paolo Balsamo il proprio faro intellettuale. Fu Balsamo a trasmettergli i principi del liberismo economico all’inglese e una visione moderna dell’agricoltura, liberata dai vecchi vincoli feudali.
In un’epoca di profondo stravolgimento politico, Palmeri fu tra gli artefici della stagione costituzionale siciliana. Nel 1812, accanto all’abate Balsamo e sostenuto da figure del calibro del principe di Castelnuovo, diede il suo contributo alla stesura della storica Costituzione del Regno di Sicilia, ispirata al modello britannico e volta a conciliare l’autonomia dell’isola con una visione moderata del diritto pubblico. Sedette come procuratore nella Camera dei Pari del Parlamento del 1812 e poi come deputato per il comune e il distretto di Termini Imerese negli anni successivi.
Dalle barricate del 1820 all’impegno per la terra
Protagonista anche durante i moti indipendentisti del 1820 come membro della Giunta provvisoria di governo a Termini e poi a Palermo, Palmeri pagò con il ritiro dalla scena politica ufficiale la sconfitta delle istanze rivoluzionarie e la restaurazione borbonica.
Senza mai piegarsi a compromessi o ad accettare cariche governative nei momenti di riflusso, Palmeri tornò nella sua Termini Imerese per dedicarsi anima e corpo agli studi e allo sviluppo del territorio. Assieme al principe di Castelnuovo diede vita a progetti filantropici e divulgativi per gli agricoltori, tra cui il celebre Calendario dell’agricoltore siciliano. Nel suo Saggio sulle cause e i rimedi delle angustie attuali dell’economia agraria in Sicilia (1826), teorizzò con straordinaria modernità la libera esportazione del grano, il potenziamento della media proprietà e il superamento dei vecchi usi civici per salvare l’isola dalla crisi.
Le opere celate e il legame con la sua città
Autore della celebre Somma della storia di Sicilia, Palmeri affidò le sue riflessioni più intime e critiche a scritti – come il Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia fino al 1816 – che dovettero circolare per anni in forma manoscritta tra esuli e cospiratori, prima di essere pubblicati a Losanna nel 1847 da Michele Amari.
Anima dell’Accademia Euracea Imerese e punto di riferimento per studiosi, archeologi ed eruditi del tempo – tra cui Baldassare Romano e il medico Antonino La Manna –, Palmeri incarnò fino all’ultimo la figura dell’intellettuale rigoroso e indipendente.
La sua vita si spense tragicamente a Termini Imerese il 18 luglio 1837, vittima dell’epidemia di colera che devastò la Sicilia in quell’estate, mentre lavorava alla stampa del terzo volume della sua Somma.
A distanza di oltre due secoli dalla nascita, la figura di Niccolò Palmeri resta un simbolo d’orgoglio per la comunità imerese e per l’intera Sicilia: l’esempio di un uomo che, attraverso il diritto, l’economia e la storia, cercò di costruire un’isola più moderna, libera e consapevole della propria identità.


