E se il cinema fosse quel punto misterioso che, come il punto G, ti sorprende quando meno te lo aspetti, ti stimola e ti mette in discussione, facendoti sentire viva?
È la domanda che mi sono posta ieri sera, seduta in fila G, posto 11, al Rouge et Noir di Palermo – fatalità numerica che non poteva non farmi pensare al mio novembre di nascita e a quel legame indissolubile che ho con il cinema come “scossa” vitale.
E davanti a me scorreva Un film fatto per Bene di Franco Maresco, un’opera che non è soltanto un film, ma un’esperienza, una trappola, un atto di autolesionismo creativo che lo stesso regista ha confessato essere la sua condanna e la sua necessità.
Maresco compie un gesto radicale: mette Palermo e la Sicilia sotto una lente deformante, ma anche affettuosa, trasformando ruderi e degrado in scenografia naturale per un racconto che ha la forza di un rituale.
Nel film ho riconosciuto l’omaggio a Franco Scaldati, poeta tragico e dolcissimo della città, e il ricordo luminoso di Letizia Battaglia, che con le sue fotografie ha saputo dare un volto immortale all’oscenità e alla bellezza di Palermo.
Ho intravisto la Morte bergmaniana di Il settimo sigillo, i sottoproletari pasoliniani (e come non ricordare Franco Citti, la sua ruvida spontaneità, e quel memorabile dialogo con Carmelo Bene al Maurizio Costanzo Show, pietra miliare del cinema e della televisione italiana?), e ancora il regista che vola come in 8½ di Fellini o in Miracolo a Milano, dove il cinema osa di nuovo credere ai miracoli.
Le ascese mi hanno evocato anche Tarkovskij e persino Iñárritu in Birdman: l’arte che si stacca dalla terra e cerca aria, nuvole, vento. E intanto Palermo si riscopre un immenso casting a cielo aperto: attori non protagonisti e caratteristi che sembrano usciti da Troppo Forte di Verdone – non a caso citato nel film – pronti a diventare maschere universali.
Ma quello che più mi ha colpito è il coraggio di Maresco nel dare voce a chi non è “attore” per formazione, ma lo diventa per destino, anche se non protagonista, Giuseppe Spagnolo, il “Matteooo” urlato dai tetti dello Sperone in piena pandemia, ieri sedeva accanto a me, con i popcorn in mano, entusiasta di vedersi sul grande schermo, pronto a raccontare al vicino di posto del freddo e del vento presi a Bellolampo.
In quel momento ho rivisto Franco Citti catapultato da Pasolini: la stessa naturalezza poetica che trasforma un uomo qualunque in simbolo. Persino un asino assurge a protagonista, con la forza paradossale di un animale che ricorda il cavallo nominato senatore da Caligola: assurdo, sublime, indimenticabile.
E poi la memoria di Cinico TV, il Maresco più autentico, con tutti i suoi protagonisti che abbiamo imparato ad amare negli anni.
Come non farsi prendere dalla carica espressiva di Toti Mancuso, Gino Carista, volti disturbati e disturbanti che diventano icone della psicosi contemporanea.
Le canzoni di chiesa nel taxi sono un colpo di genio comico che ci fa ridere di noi stessi, ricordandoci le domeniche di catechismo. E ancora, l’autoanalisi: la battaglia del regista con la produzione, il cinema che racconta se stesso, il film dentro il film, fino ai titoli di coda che ringraziano Daniele Ciprì, gesto che pesa come una pietra e apre a nuove interpretazioni.
Questa è arte che si autodistrugge e si ricrea, che ride e bestemmia insieme. Non è distopia, non è follia: è nuovo realismo. Palermo è ancora fertile: ride del proprio baratro, continua a partorire visioni.
Ed è qui che mi viene da sorridere amaramente pensando a Umberto Eco: oggi tutti scriviamo recensioni, tutti facciamo gli artisti, senza chiederci davvero dove stiamo andando. Maresco lo fa: si chiede dove tornare, tra ruderi, nuvole e vento, e ci costringe a guardare.
Nel turbine narrativo c’è spazio anche per Francesco Puma, disturbato fin dentro al bagno “dove non possiede un suo momento” come in una canzone di Guccini, e per il gioco ironico con le voci di Pizzul e Ciotti imitate maldestramente da Bernardo Greco che interpreta San Giuseppe da Copertino, che portano dentro la storia il Palermo calcio, con quell’ironia feroce che trasforma la tragedia in telecronaca.
E qui mi lascio andare a una chiusa da Gianni Minà: Un film fatto per Bene è come una squadra senza soldi, senza preparazione e senza scarpini che entra in campo e segna un gol da metà campo, ridendo in faccia a sé stessa e al pubblico.
Uscendo dalla sala non ero più la stessa persona che ero all’ingresso del cinema, che fu per me anche aula di lezioni ai tempi dell’Università. E forse è questa la vittoria più grande di Maresco: ricordarci che il cinema, l’arte, hanno ancora ragione di esistere.



