“Tira Scirocco”: un romanzo d’esordio come un dipinto di penna.

Tira_SciroccoNella cura del contesto immaginato nel romanzo “Tira Scirocco” (Pacini Editore – Pisa, pagg.112, € 10,90) l’autrice Monica Gentile affida il suo esordio alla prudente cautela delle sue origini. Nonostante l’ambientazione isolana, però, il romanzo, a metà strada tra una “Spoon River” siciliana ed un affresco a tinte ironicamente amare alla Marquez, non possiede un carattere esclusivamente regionalista, in quanto la metafora evidente della “non comunicabilità umana” è universale. Passando poi alla scrittura, si scopre una lingua italiana matura, senza quei sicilianismi che potrebbero confondersi col “Camilleri linguaggio”. Ci s’imbatte così in una prosa godibile, schiettamente precisa, in un insperato omaggio letterario a una Sicilia classica. E a proposito di tema, altro punto di forza di quest’esordio, non ci sono storie di mafia o di cucina. Si sconfina così su un crinale diverso di una Sicilia di carta fatta pure di baratri, ma che per Monica Gentile, in questo momento, ha il sapore estetico di chi dipinge di penna. La nitidezza, l’originalità del tratto, la pulizia di linguaggio, la forza di questo italiano reso dalle ceneri di un siciliano abusato vengono a rafforzare la rielaborazione del classico. Un romanzo letterario breve, dunque, che mette d’accordo lettori d’ogni tipo. Una narrativa di facile presa, d’immediato impatto, tipica del parlato raccontato, ma con la differenza che qui non c’èuna sola voce o un solo protagonista, ma la coralità di un intero paese. La Sicilia, rappresentata così nel paese immaginario di Bagnomaria, è quella anni ’50 del Novecento. Una scelta di tempo volutamente distante non per distogliere il lettore, bensì per rimandarlo alle meschinità d’oggi. Un esigenza, riferirsi al secolo breve ricco di contraddizioni, non per nostalgia, ma come equidistanza e confronto dei paradossi umani, che questo libro rende nei meccanismi più semplici. La diffidenza e la diversità perpetue; il lignaggio che fortifica muri più che abbatterli; il rispetto e la dignità offese; la vergogna che si nasconde sono humus per quell’albero di incomunicabilità che genera il frutto della discordia. L’amarezza raccolta da quest’albero, però, viene spesso, grazie alle volute dell’autrice, diligentemente mitigata dalla dolcezza senza il candore iniziale delle madonne, dalla spietatezza dell’ironia. Un frutto, la discordia, che trasforma l’uomo in un infido cane che si contorce per mordersi la coda e si contende ossa e memorie, cioè la nuova “roba” per riferirsi alla tradizione del Verga. Un cane tanto irreale al punto da non essere solo infedele a se stesso, ma a tutto il suo genere. Se è nel destino della macrostoria umana, dunque, che la non comunicazione tra simili mieta tragedia, qui nella microstoria è l’anticamera, il punto. In questa Bagnomaria, sintesi di mondi estremi, c’è un’unicità di esseri diffidenti e diversi tutti accomunati, però, da loro un “malgrado” Non c’è, in pratica, come in un certo classicismo letterario, un ciclo dei vinti, proprio perché non esiste un vincente e neppure un gioco in atto. Due mondi diversi e paralleli camminano per la loro strada, quello della fatica e quello dell’agiatezza: il primo, dei piccoli esseri loro “malgrado” ignoranti; il secondo, del ricco Learco Onorato, ultimo dei Baroni Ranciforte, anche lui per singolare “patto” con un suo “malgrado”. Quella di Learco, comunque, non è l’unica vicenda. In questa topografia dell’immaginario ci sono altri riflessi. In “Tira Scirocco”, così, ci appropriamo di un microcosmo disegnato che si richiama, coi dovuti aggiornamenti di tempo, alle tante persone del vissuto, ai tanti segreti anfratti nelle memorie dei nonni; in una storia dove le tante microstorie potrebbero avere origini lontane, anche in latitudini “apparentemente” diverse dalla nostra cultura e travalicanti altri mari. Dalla costa all’intimo delle sue case, dal mare povero di pesci al baglio-fortezza pieno di grazie, il lettore, in questo scirocco che imperversa e che tira in ogni angolo di strada, viene fagocitato in un’arsura incessante, anche quando tocca il luogo ultimo, forse il più luminoso del paese, quello del cimitero. Cosa faranno i personaggi dopo l’ultima pagina? Ancora arsura, come risposta, in una necessità che lascia sete di conoscenza dentro al lettore.

Print Friendly, PDF & Email