
Una platea piena, un pubblico coinvolto e un lungo applauso finale in piedi hanno salutato, venerdì 3 luglio, al Teatro Marcello Puglisi di Palermo, “Sciatu d’Amuri – ovvero quel che resta di ieri”, spettacolo scritto e diretto da Chiara Torricelli, esito scenico del percorso formativo degli allievi del Corso Regionale di Formazione per Attori Job Service.
È stata una serata attraversata da una doppia energia: da un lato l’emozione evidente degli allievi, arrivati al palcoscenico dopo sei mesi di studio intenso; dall’altro la consapevolezza di un lavoro teatrale che ha superato la semplice formula del saggio conclusivo. Voce, dizione, corpo, ascolto, ritmo, presenza scenica e capacità di stare in relazione hanno trovato una sintesi in una prova corale capace di parlare al pubblico con immediatezza e misura.
Il percorso, promosso da Job Service, è stato seguito dai docenti Luciano Sergio Maria Falletta, Alessandro Fricano, Susanna Lo Dico, Michele Mancuso, Giovanni Quattrocchi, Sonia Sala, Chiara Torricelli ed Ester Vinci, che hanno accompagnato gli allievi nella preparazione tecnica e interpretativa. Il risultato si è visto soprattutto nella capacità degli interpreti di non affidarsi soltanto alla battuta, ma di abitare il silenzio, la pausa, il gesto minimo, lo sguardo e la tensione emotiva.
Lo spettacolo si è aperto sulle note di “Midnight Vals” di Adrian Berenguer, in un clima sospeso, quasi notturno. A introdurre il pubblico dentro questa dimensione è stata Tiziana Namio, che ha invitato la sala ad attenzionare il proprio ascolto. Non un semplice prologo: prima ancora di assistere allo spettacolo, il pubblico è stato chiamato a entrare in una disposizione più profonda, fatta di silenzio, attenzione e disponibilità.
La scena immaginata da Chiara Torricelli si apre in un teatro. Alcuni personaggi del presente arrivano senza sapere davvero cosa li attenda. Cercano un regista, una direzione e un senso immediato. Trovano invece un copione, oggetti antichi, fotografie, lettere, una macchina da scrivere, un telefono a rotella e un giradischi. Da questi elementi emergono i personaggi del passato, non come fantasmi ma come presenze vive e portatrici di memoria.
Il cuore di “Sciatu d’Amuri” è proprio l’incontro fra questi due piani. Il presente è distratto, veloce, ironico e incapace di fermarsi. Il passato, invece, torna per interrogare. Chiede conto delle parole non dette, degli amori trattenuti, delle occasioni perdute, di tutto ciò che non è stato vissuto quando era ancora possibile viverlo.
Il copione lo dichiara con precisione attraverso una frase che arriva come un colpo secco: “il tempo non conserva. Trasfigura.” È questo il nucleo dello spettacolo. Il tempo non custodisce intatto ciò che rimandiamo. Lo modifica, lo trasforma, lo restituisce in altra forma: sogno, voce, canto e riflessione.
La drammaturgia procede per quadri, monologhi, musica, danza e momenti corali. Il presente prova a capire, commenta, ironizza, cerca perfino di andarsene, ma resta bloccato. Non può uscire perché non ha ancora attraversato ciò che lo riguarda. Il passato, invece, porta in scena un’altra qualità del tempo: più lenta e più densa. Come dice una delle battute più significative, “Le cose piccole restano”. Ed è proprio su queste cose piccole — un gesto mancato, una frase taciuta, uno sguardo non sostenuto — che lo spettacolo costruisce la propria forza.
Nel versante del passato, Sabrina Zaccaria ha dato corpo a Elvira, figura legata alla scrittura e alla macchina da scrivere; Amanda La Barbera è stata Gina, presenza profonda e motore di molte trasformazioni sceniche; Sofia Randazzo ha interpretato Agnese, legata al telefono e al tema dell’ascolto; Monica Scibona è stata Rosa, voce popolare e carnale dell’amore; Emanuela Cannella ha vestito i panni di Carmen, figura chiave del tempo e della memoria; Aurora D’Agostino ha interpretato Nina, presenza danzante e corporea; Salvo Prestia è stato Pietro; Giusy Portolano ha interpretato Adele; Claudia Scavone è stata Bianca, figura legata alla parola, al libro, alla memoria della voce.
Sul fronte del presente, Sergio Cerasola ha interpretato Andrea, personaggio che entra progressivamente nel cuore emotivo della vicenda; Tony Alvich è stato Vicè, figura apparentemente marginale e invece centrale, perché custodisce ciò che gli altri non vedono; Giuseppe Scozzari ha dato corpo a Matteo; Nadia Leonardi ha interpretato Elena; Betty Di Giovanni è stata Angela; Amedea Gammacurta ha interpretato Sara; Roberto Fabbricatore è stato Alessandro; Martina Giordano ha dato volto a Luisa. A completare la struttura scenica, Daniela Lo Cascio nel ruolo della regista, Barbara Lo Fermo con la poesia conclusiva dedicata allo spettacolo.
Il rapporto tra passato e presente è la vera architettura dello spettacolo. I personaggi contemporanei entrano in scena con un atteggiamento di difesa: parlano, scherzano e cercano spiegazioni. Ma il passato li obbliga a fermarsi. In uno dei passaggi più efficaci, il testo afferma: “Se parlate troppo le coprite.” Le parole, qui, non sono sempre rivelazione. Il teatro, allora, diventa il luogo in cui bisogna cominciare ad ascoltare.
Questa dimensione avvicina “Sciatu d’Amuri” a una linea importante del teatro del Novecento. C’è qualcosa di pirandelliano nel rapporto tra persona e personaggio, tra ciò che si crede di essere e ciò che la scena costringe a rivelare. Ma c’è anche una memoria del teatro europeo della presenza, da Peter Brook a Tadeusz Kantor: gli oggetti non sono semplici arredi ma depositi di vita. Una macchina da scrivere, un disco, un telefono, una fotografia diventano strumenti attraverso cui il tempo torna a parlare.
Eppure lo spettacolo resta contemporaneo. Lo è nel ritmo frammentato, nella coralità, nella contaminazione tra parola, musica e gesto; lo è soprattutto nel modo in cui racconta l’amore. Non un amore da cartolina ma una forza che obbliga a guardarsi. Il cuore dello spettacolo batte proprio nella distanza tra “una vita costruita… e una vita sentita”: da una parte ciò che si organizza, si controlla, si rende accettabile; dall’altra ciò che davvero attraversa il corpo e lo cambia.
Tra i momenti più intensi della serata va sottolineata la strepitosa esibizione di Amedea Gammacurta, che nella scena con Roberto Fabbricatore ha cantato “Mi sei scoppiato dentro al cuore” di Mina. Non un semplice inserto musicale ma una vera azione teatrale. La voce di Gammacurta ha aperto la scena trasformando la canzone materia viva del personaggio. Fabbricatore ha sostenuto il momento con misura, lasciando alla relazione scenica il tempo necessario per formarsi.
Le immagini della serata restituiscono bene la temperatura dello spettacolo. Gli attori sotto le luci, le poltrona al centro della scena, gli abiti a pois, il ventaglio rosso, il libro rosso, i fogli sospesi, il giradischi, la rosa rossa e la macchina da scrivere hanno composto un immaginario visivo riconoscibile, a metà tra memoria popolare siciliana e teatro mentale. Nei momenti corali il gruppo ha mostrato energia e compattezza; nei passaggi più intimi sono emerse le singole presenze, con volti fermi, gesti trattenuti, posture che spesso raccontavano più delle parole.
Particolarmente significativa è stata anche la figura di Vicè, interpretata da Tony Alvich: un personaggio che all’inizio sembra semplicemente “quello che pulisce”, ma che progressivamente diventa coscienza laterale della scena. È lui a restare accanto a ciò che gli altri lasciano, a ciò che viene scartato, dimenticato e messo dietro. In questa prospettiva, il suo personaggio assume una forza quasi beckettiana: una presenza umile, concreta, eppure capace di rivelare il vuoto dello sguardo altrui.
La parte conclusiva ha riportato il senso del lavoro alla sua origine: il teatro come luogo in cui si ascolta ciò che normalmente viene lasciato fuori campo. Dopo il monologo di Daniela Lo Cascio, che ha interpretato la regista, è stato il turno di Barbara Lo Fermo, che ha recitato il testo di una sua poesia dedicata allo spettacolo. Un momento di restituzione personale e collettiva.
Lo spettacolo si è concluso sulle note di “Piove (Ciao ciao bambina)” di Domenico Modugno, scelta capace di riportare la memoria individuale dentro un immaginario popolare italiano. Una chiusura malinconica e luminosa insieme, coerente con il senso profondo della messinscena. Come suggerisce il finale del testo, “Non scriverlo. Vivilo.”
E proprio l’inchino finale è stato uno dei momenti più intensi della serata. Gli attori hanno ringraziato il pubblico visibilmente emozionati, mentre la platea, in piedi, applaudiva con calore. Non era soltanto la chiusura di uno spettacolo, ma anche il riconoscimento di un percorso. Dopo sei mesi di studio, quel palco è diventato il luogo di una conquista condivisa, dove la fatica della formazione si è trasformata in presenza scenica.
Dopo lo spettacolo, al pubblico è stato chiesto di trattenersi in sala per assistere alla proiezione del cortometraggio realizzato dagli stessi attori del corso, “Sotto i riflettori sbagliati”. Il film ha spostato il discorso dal piano della memoria teatrale a quello della denuncia sociale, affrontando il tema delle false promesse nel mondo dello spettacolo, delle proposte indecenti in cambio di ruoli o occasioni professionali e della necessità di denunciare ogni forma di abuso. Un messaggio breve ma necessario, vicino alla consapevolezza aperta dal movimento #MeToo: nessun talento deve diventare merce di scambio, nessun sogno artistico deve essere usato come strumento di ricatto.
Gli interpreti di “Sciatu d’Amuri” sono stati Tony Alvich, Emanuela Cannella, Sergio Cerasola, Aurora D’Agostino, Betty Di Giovanni, Roberto Fabbricatore, Amedea Gammacurta, Martina Giordano, Amanda La Barbera, Nadia Leonardi, Daniela Lo Cascio, Barbara Lo Fermo, Tiziana Namio, Giusy Portolano, Salvo Prestia, Sofia Randazzo, Claudia Scavone, Monica Scibona, Giuseppe Scozzari e Sabrina Zaccaria.
Aiuto regia: Martina Giordano e Amedea Gammacurta. Assistenti: Giuseppe Di Benedetto e Massimiliano Madonia. Testo e regia: Chiara Torricelli.
Il dato più rilevante della serata non è stato soltanto il successo di pubblico, pure evidente, ma la prova che la formazione teatrale, quando viene affrontata con serietà, può generare disciplina, responsabilità, ascolto e comunità. Gli allievi della Job Service hanno attraversato un processo e lo hanno trasformato in esperienza scenica.
Venerdì sera, al Teatro Marcello Puglisi, “Sciatu d’Amuri” ha ricordato che il teatro resta uno degli ultimi luoghi in cui la fragilità può diventare forma.





























Foto di Salvatore Brusca, Giosuè Fortino, Clara Genova, Salvatore Romanotto e Barbara Lo Fermo.


