Ricordare la strage di via D’Amelio promuovendo piccole azioni di legalità e creando “La rete di Paolo”

Queste le proposta del Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina Diritti Umani

Mancano pochi giorni alla triste ricorrenza della strage del 19 luglio 1992, giorno in cui Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, vennero uccisi dalla detonazione di una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre del magistrato in via D’Amelio a Palermo.

Per l’occasione, il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani vuole ricordare la strage, promuovendo piccole azioni di legalità in tutto il territorio nazionale. «Chiediamo a tutti gli utenti dei social network – scrive in una nota il presidente del Coordinamento, Romano Pesavento – di postare il 19 luglio una celebre frase di Paolo Borsellino, espressione autentica della tempra morale e della rettitudine di un uomo che ha vissuto la legalità come il principio ispiratore del proprio operato: “A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato”».

Inoltre, il Coordinamento propone l’idea di realizzare “La rete di Paolo” ovvero una “rete sociale”, per consentire la condivisione di materiale multimediale selezionato e creato dagli studenti, incentrato sulle problematiche criminali relative al loro territorio e al contesto nazionale, ma anche sulle riflessioni – percezioni – eventuali soluzioni prospettate degli stessi in merito alle tematiche in oggetto. Per aderire alla “rete” è possibile rivolgersi all’indirizzo mail: coordinamentodirittiumani@gmail.com.

Per il professor Pesavento è necessario continuare a promuovere in modo capillare, pervasivo e strutturato l’idea di essere inseriti in una realtà che è lo Stato: «Ancora oggi purtroppo tale concetto viene considerato come estraneo, se non in forte contrapposizione, specialmente negli ambienti malavitosi, agli interessi del singolo e della piccola propria cerchia di riferimento».

«Solo quando si capirà che il cittadino non è “cliente” dello Stato e che lo Stato non è un nemico – continua il presidente del Coordinamento -, si riuscirà a contenere la criminalità. La scuola in passato ha contribuito a rendere più omogeneo l’assetto culturale dei nostri connazionali, promuovendo non solo la cultura, ma anche un’autentica possibilità di riscatto per tanti studenti; i docenti erano apprezzati per i loro sforzi ed erano considerati credibili nel loro ruolo educativo; attualmente ripristinarne il prestigio e la dignità significa costituire uno dei pochi argini alla “deriva” socio-culturale dei nostri tempi».

E ancora Pesavento precisa: «Educare, comunicare e trasmettere valori diventa impraticabile, se la propria credibilità professionale viene sminuita in varie forme. Educatori “deboli” non incideranno sul tessuto sociale in cui operano e altri modelli, inappropriati o fuorvianti, prenderanno il sopravvento, specialmente nelle realtà più abbandonate e ad alto rischio malavitoso. Modelli per i quali lavorare onestamente – conclude il presidente del Coordinamento -, evitando scorciatoie, facilitazioni, compromessi, è da sciocchi o da miseri falliti. La legalità non deve essere una semplice parola da ripetere nelle occasioni pubbliche, ma costituire una forma mentis, un automatismo “consapevole”. La scuola diventa il banco di prova della società che decidiamo di scegliere per noi e per le generazioni che verranno».

Infine, nella nota, il professor Pesavento chiosa con una frase di Antonino Caponnetto, il magistrato che ha guidato il Pool antimafia dall’84 al ’90: “La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”

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