Pensieri strambi

In questi giorni un po’ particolari per me, ho pensato spesso con nostalgia e con tanto affetto ad un mio vecchio amico, era anche collega, che non è più tra di noi da un po’ di anni. Una di quelle malattie fulminanti se l’è portato via prematuramente.

Era un ragazzo d’oro, colto, amante dell’arte, un bravo pittore; in ufficio, purtroppo, non ha riscosso grande simpatia, infatti a parte la sua collega di stanza con cui condivideva anche parte della sua vita privata, non aveva legato con gli altri colleghi. Io, forse ero l’unico con cui si intratteneva, anche se negli ultimi periodi ci frequentavamo poco, visto che era stato trasferito in altra sede e, quindi, non ci vedevamo spesso, ma ci sentivamo per telefono.

L’ultimo contatto con lui lo ebbi per natale (non ricordo l’anno), mi mandò un messaggio sul cellulare per farmi gli auguri, la cosa mi stupì un tantino, ma lì per lì non ci feci caso più di tanto, poi in seguito capì perché. Era sotto cura e non aveva più né la voce né le forze, era in fase terminale, ed io di questo non ne avevo saputo nulla, era molto riservato.

Una sera di gennaio, dell’anno successivo al messaggio ricevuto il 25 dicembre, una telefonata di un amico comune mi comunicava la cattiva notizia. Per me fu una fucilata, un fulmine a ciel sereno, non ci potevo credere. L’indomani mattina mi recai con mia moglie alla camera mortuaria dell’ospedale dove era stato ricoverato, stentai a riconoscerlo. Caddi in pianto sommesso e in uno stato catatonico per non so quanti minuti. Fu mia moglie a scuotermi e dirmi di ricompormi. Poi uscendo dalla camera mortuario parlai con il fratello, che mi raccontò tutte le traversie che negli ultimi mesi aveva subito il mio caro amico.

A lui dedicai allora questa lirica:

L’ACIDDUZZU

Un acidduzzu nicu nicu
teniru, teniru
ca cantava accussì chianu
ca quasi quasi un si sintia
pi un disturbati dicia
Era dá appuiatu ‘ta un ramu
r’arbulu e sinni stava
tuttu rannicchiatu
mentri chiuvia
l’aliceddi tutti vagnati frarici avia
tuttu chi trimava
e saddumannava
“ma io, ca chi ci facia?”
Vuliva vulari lutantu, lutanu
dá runni batti sempri lu suli
dá unni un c’è chiù patimentu
“Patri, patri voghiu vulari,
minni voghiu iri ri cá”
ricia priannu u signuruzzu
Mossu a compassione u signuruzzu
lu vosi accuntintari
E ora sta dá
beddu cuntentu
a svolazzari
in paradiso
lu postu giustu
pi n’acidduzzo
nicu, nicu
teniru, teniru

ricalca appieno la persona a cui l’ho dedicata.

Scusate cari lettori se questa volta il mio pezzo non è scritto come mio solito, in maniera “babbiosa”, ma rispecchia appieno il mio attuale stato.

Non preoccupatevi, è solo questione di tempo mi riprenderò e tornerò più babbioso di prima, almeno lo spero.

Mai dire mai, non arrendersi mai e lottare, lottare, sempre lottare.

Alla prossima.