Memorie da una ‘particolare’ estate. Il Tomasi di Lampedusa sui Nebrodi.

“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, caso letterario mondiale di cui il principe e scrittore palermitano non ebbe soddisfazione in vita, data la pubblicazione postuma (nel 1958) a un anno esatto dalla ‘sua’ morte, riserva ancor oggi qualche sorpresa. A rivelacelo nel gustoso libro “Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo” (Pacini Editore, Pisa 2014, pagg.128 € 13,00) è Maria Antonietta Ferraloro, già insegnante di Lettere della Scuola secondaria di I grado e, da poco, collaboratrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania con una ricerca legata alla Didattica della letteratura. Questo volumetto, pur trattandosi di un saggio, ha i pregi tipici del piccolo romanzo storico; in  appendice, fra l’altro, corredato di foto in parte inedite. Particolare interesse riveste il soggiorno del principe e scrittore palermitano in una misconosciuta, almeno fino a ieri, località montana siciliana dal nome Ficarra. Ma come giunge e perché in questo luogo il Tomasi? Il perché – suo malgrado –, per il Tomasi di lampedusa e I Luoghi del gattopardo (2)fatale errore di un ordigno bellico che lo fece divenire ‘sfollato’ da Palermo; il come, fuggendo dalla costa all’entroterra in modo rocambolesco. Per passare ai fatti: siamo nell’anno 1943, in piena seconda guerra mondiale, e incursioni aeree della Raf (Royal Air Force britannica) e della 12ma Usaaf (United States Army Air Force) mettono a ferro e fuoco, già a partire dal  primo giorno di quell’anno, la città natale dello scrittore con massicce ondate di bombardamenti. Il 5 aprile anche Palazzo Lampedusa, poco vicino al Porto, si conta fra le macerie. Il principe Tomasi, privo di Palazzo e con esso violato nei più teneri ricordi d’infanzia, fugge con la moglie. Prima trova ospitalità dei principi di Mirto, nella ‘loro’ dimora estiva di Castello San Marco in Santa Flavia vicino Bagheria. In seguito presso la residenza dei baroni di Calanovella, i cugini Piccolo col poeta Lucio, sulla via di Messina (Capo d’Orlando). Infine trova riparo in montagna, appunto sui Nebrodi, dopo un avventuroso aggiramento delle linee difensive approntate dai tedeschi, a loro volta in rocambolesca uscita dalla Sicilia. A Ficarra, Giuseppe Tomasi, trascorre tre mesi di quella ‘particolare’ estate, che farà da apripista all’ambigua dichiarazione italiana d’armistizio (8 settembre) e alle conseguenze storiche che ben tutti conosciamo. La testimonianza della dura realtà di guerra, in apparenza lontana, raggiunge il principe anche nel temporaneo riparo del borgo ficarrese e di quest’ultimo evento, oggi riportato alla luce dall’autrice “come trasposizione creativa del fatto letterario”, ne ritroviamo il segno proprio nel capitolo d’apertura del grande capolavoro Tomasiano, cioè “Il Gattopardo”, e ne costituisce probabile scintilla. Il saggio in discussione, dunque, non solo è suggestivo racconto aperto a tutti, ma col dovuto rigore storico è anche (e più) tesi aperta agli addetti, che apre a questi ultimi uno squarcio d’interesse diverso sulla complessa e riservata figura di Giuseppe Tomasi, tanto dentro la bottega artigiana dello scrittore, quanto, e ancora una volta, sopra l’umana vicenda storica, partendo dalla memoria di una torbida e ‘calda’ estate.

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