Luigi Mirto: il fotografo delle anime si racconta al GCPress

Luigi Mirto - Autoritratto
Luigi Mirto - Autoritratto

Un’artista poliedrico, che racconta se stesso non soltanto attraverso le parole ma soprattutto attraverso le sue fotografie. Ecco chi è Luigi Mirto, fotografo-architetto che ha fatto di una passione, un marchio di fabbrica, che lo ha portato alla ribalta dei concorsi internazionali come il “Portrait Award” che lo ha proclamato tra i vincitori finali sia nel 2012 che nel 2015.

Quando e come è nata la passione per la fotografia, e come è riuscito a trasformare questa passione in un qualcosa di più?

«La passione fotografica è nata, come succede a tanti ragazzi che hanno avuto in regalo la prima macchina fotografica, proprio in occasione della prima comunione. Questa macchina mi ha affascinato sin dal primo istante, e nello scattare le prime immagini, da lì è scattata anche quella famosa scintilla; con il tempo poi questa passione si è rafforzata, cominciando a lavorare, comprando apparecchi più professionali. Il tutto circa 35 anni fa».

Ha una predilezione per dei soggetti particolari?

«Prediligo il ritratto, ambientato, di reportage, tutto ciò che concerne il rapporto con le persone. Il ritratto per me è un qualcosa di particolare e importante perché ti permette un approccio con le persone, con i loro sentimenti e soprattutto con la loro identità. Molti mi definiscono “il fotografo delle anime”, perché in un ritratto io non cerco l’aspetto esteriore, la posa. Non guido la persona nel farsi fotografare ma cerco di ritrarla nel suo ambiente, nella sua posizione naturale e anche nella sua espressione tipica. La mia fotografia è quasi come una documentazione della personalità di quel determinato soggetto. Poi si sa – continua Luigi Mirto – chiunque di fronte a una macchina fotografica è in difficoltà, e di solito, per timidezza o per qualunque altra ragione, la sua posa è forzata, ha paura che la foto venga male o faccia emergere qualche suo tratto particolare. Per questo motivo cerco sempre di mettere a mio agio le persone che voglio fotografare, parlando del più del meno o divagando, non facendo capire al soggetto quando sarà il momento esatto del famoso click».

Di recente “The LensCulture Portraits”, il team della grande manifestazione che si svolge a New York, Portraits Award, ha selezionato le sue immagini per la partecipazione per l’edizione 2019. Quanto grande è la soddisfazione per un traguardo così importante, dopo esser stato nel 2012 e nel 2015 tra i vincitori della manifestazione?

«E’ una soddisfazione enorme, non soltanto vedere le proprie immagini ma soprattutto essere confrontati con tantissimi fotografi, professionisti e fotoamatori. Io non sono un fotografo di professione, e nemmeno dei più importanti, e vedere selezionati i propri lavori è un grande orgoglio soprattutto quando le mie fotografie stanno accanto a quelle realizzate da grandi professionisti. Non è la prima volta che partecipo ma preferisco di gran lunga partecipare a concorsi internazionali– ammette Mirto- perché purtroppo in Italia la fotografia non è vista come un’arte, alla pari di altre forme artistiche come la pittura o la scultura. Mentre all’estero la fotografia ha la sua valenza, la sua importanza quasi alla pari di tutte le arti in genere».

In merito a questo, secondo lei, che posto occupa la fotografia tra le altre forme artistiche?

«Esistono tanti tipi e tanti aspetti della fotografia: esiste la fotografia commerciale che vediamo nei cartelloni pubblicitari ad esempio; è un’immagine tecnica che serve a comunicare alla persona che deve acquistare il prodotto una particolare immagine. Poi vi sono fotografie di moda, di pubblicità, tanti modi di fotografare e vedere la fotografia. Poi però esiste la fotografia artistica, non soltanto in bianco e nero. La fotografia artistica deve essere considerata una delle arti fondamentali: dietro ad una fotografia c’è una costruzione, una preparazione, un’esposizione, un aspetto artistico molto profondo.
Vi sono delle tecniche – continua Mirto – sia durante l’esposizione, ovvero durante la ripresa con la macchina fotografica e poi un trattamento particolare dopo l’esposizione: un trattamento dell’immagine in camera oscura e in camera chiara. In camera oscura si utilizza la pellicola, in camera chiara il digitale. Per i concorsi utilizzo esclusivamente la pellicola, la quale dà l’aspetto artistico all’immagine, mentre il digitale è troppo pulito, troppo perfetto.
Il digitale elabora delle immagini bellissime, poiché è tutta elettronica. Le mie fotografie per i concorsi, sono realizzate manualmente, non vi è nulla di elettronico, e con il sistema zonale di Ansel Adams. Un sistema di esposizione, soprattutto per le pellicole in bianco e nero, dato da un particolare procedimento che tira fuori dalla pellicola l’intera gamma tonale e che riesce cogliere il soggetto nella sua luce particolare».

Secondo lei per un fotografo quanto è importante la tecnica e quanto il cuore?

«E’ importante conoscere la tecnica generale della cultura fotografica, ma poi ogni fotografo deve personalizzare le proprie fotografie, trovare il proprio stile. Lo stile è importante per essere riconosciuto. Lasciando la propria impronta in un’immagine, il modo di fotografare, di pensare confrontando le foto con altre, è chiaramente riconoscibile. Lo stile viene fuori da sè».

Quali sono i suoi progetti futuri, le sue ambizioni, le sue speranze?

«Come ho già detto, non sono un fotografo di professione, anche se ormai per me è diventato un secondo lavoro. Mi auguro di vincere altri concorsi – dice sorridendo Luigi Mirto – e spero che questo possa essere da sprono perché in Italia venga rivalutata l’importanza e il valore artistico della fotografia. Faccio parte della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche (FIAF) che mi ha assegnato un’importante onorificenza:Artista della Fotografia Italiana».

Quale consiglio darebbe ai giovani che vogliono fare della fotografia non soltanto una passione ma una professione?

«Nel corso degli anni ho fatto parte di alcune giurie di concorsi fotografici per ragazzi e mi sono accorto di una carenza: anche gli appassionati cominciano con il digitale. E’ un errore poiché la fotografia nasce con la pellicola, con gli acidi, con le sostanze chimiche. Bisogna partire dalle origini della fotografia per potere conoscere a fondo quella che è la fotografia, che non è solo l’immagine digitale che viene fuori dalla macchinetta schiacciando un pulsante».