L’orologio e il countdown. Il mistero del genio di un “Principe”. Intervista a Maria Antonietta Ferraloro.

Il conto alla rovescia iniziato con la designazione di Palermo, il 31 gennaio scorso, a Capitale italiana della Cultura 2018, porta con sé oneri e aspettative. I giurati, nelle motivazioni lette in conferenza stampa dal Ministro della Cultura Dario Franceschini, hanno tenuto in conto, nella scelta della città, l’originalità e il respiro umanitario del progetto presentato. Il prestigioso riconoscimento, a ogni modo, non dovrebbe essere considerato un beneficio esclusivo della sola “Capitale designata”, ma essere volano per l’intera Isola e per il suo variegato arcipelago minore. Un conto, infatti, è il restyling urbano e architettonico della città di Palermo e il recupero di alcuni suoi gioielli, possibilmente con un sostanzioso apporto crescente di sponsorizzazioni private; un altro l’incontro inclusivo della Sicilia con le culture altre, già patrimonio genetico plurimillenario, oggi in approdo crescente lungo le coste, per le ben note cause di tensioni e conflitti aldilà del bacino mediterraneo; e un ultimo, ancora, il ritorno alla memoria comune di quei letterati sempre più relegati alla comunità degli addetti ai lavori e sempre meno condivisi con la fragile categoria dei lettori. Prendendo spunto dalla “memoria”, anche per la strana presbiopia che investe i ricordi di questo Bel Paese, uno scrittore

Giuseppe Tomasi a Palazzo Lampedusa, metà degli anni ’30.

palermitano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la cui vicenda umana ha attraversa la prima metà del secolo scorso, giungendo all’assegnazione  – solo postuma – del Premio Strega 1959 con “Il Gattopardo”, è protagonista, in quest’ultimo biennio, di due ricorrenze: i 120 anni dalla nascita, nel 2016, e i 60 dalla scomparsa, nel 2017. Ebbene, in entrambi i casi, com’è stata (e verrà) onorata questa memoria umana e di studioso? Lasciamo a chi legge libertà di risposta, qui ci limitiamo ad aggiungere che le uniche celebrazioni a noi vicine, due cinquantenari, sono state nel 2009, per la pubblicazione del romanzo, e nel 2013, per la trasposizione dello stesso nel film di Visconti. Tornando, invece, all’uomo e alle sue doti di studioso (della letteratura europea) tale vulnus celebrativo (almeno fino ad oggi) è stato, dall’inizio di febbraio, colmato dalla nuova pubblicazione di Maria Antonietta Ferraloro dal titolo: “L’opera-orologio – Saggi sul Gattopardo” (Pacini Editore, Pisapagg.128, prezzo di copertina € 12,00), che indaga sul mondo del principe scrittore e studioso. Giuseppe Tomasi di Lampedusa sosteneva, infatti, che “è possibile smontare un’opera letteraria proprio come si fa con un orologio: osservare da vicino congegni e automatismi, permette di carpire i segreti del suo funzionamento”. Tuttavia – nelle sue “Lezioni sulla letteratura francese” – puntualizzava anche che «in certe opere», nei testi dei grandi maestri, «si ha un bel smontare i meccanismi dell’orologio del genio, rimane sempre un ‘quid irrazionale’». Il nuovo saggio, che in sé ne fonde due, prova pertanto a interrogare i testi dell’autore passando per le sue “Lezioni” (di letteratura europea) e per i suoi “Epistolari” e ciò nel tentativo di riportare in luce le segrete (possibili) connessioni che legano “studi e riflessioni scritte” al “Gattopardo”. Per saperne di più, abbiamo incontrato l’autrice – fra l’altro non palermitana ma messinesi d’origini (Ficarra) – che oggi vive ad Acireale, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Maria Antonietta sei al secondo saggio su Tomasi di Lampedusa, come nasce la passione per questo scrittore?

Tomasi è tra gli scrittori più amati al mondo. Io l’ho “incontrato” da bambina, negli anni della scuola media, che frequentavo a Ficarra, il piccolo borgo nebroideo dove vivevo. Fu il mio professore di italiano a portarlo in classe, invitandoci a leggerlo. Non era però un consiglio del tutto disinteressato. Voleva, senza dubbio, farci accostare a un grande autore; ma desiderava anche invitarci a recuperare un piccolo pezzetto della nostra identità: Tomasi di Lampedusa, infatti, era vissuto a Ficarra nell’estate del 1943.

Sulla base dell’esperienza maturata con quest’ultimo lavoro, due saggi brevi composto in uno, così come il precedente lavoro, i luoghi e la vita, e tutti per l’editore Pacini di Pisa, in che modo e come s’è nel tempo accresciuto l’interesse alla figura umana del “Principe”?

Come ho confessato qualche giorno fa a un’amica,  amo molto Tomasi. Stiamo insieme da quasi dieci anni.  Leggere le sue opere, provare a mettere insieme i tasselli di una vita  misteriosa, solo apparentemente “anonima”, mi ha consentito di crescere. Non so quanto sono riuscita a restituirgli: mi ha davvero dato molto. Mi sto distaccando dal “Principe” lentamente, con la stessa cautela che noi donne riserviamo agli amanti che più ci hanno fatto perdere la testa. 

Attraverso la scrittura il “Principe” parte dallo spazio fisico vissuto per evocarlo e ricostruirlo ai nostri occhi.  Rivediamo, in tal modo, i palazzi e le case del Lampedusa prima del loro tragico destino. Sembra la ricerca di un “ordine ordinante”. Non credi che in questo esercizio di riordino, ci sia qualcosa di “razionale” che possa entrare in contrasto con quel “quid irrazionale” che il Lampedusa annota nelle sue “Lezioni sulla letteratura francese”?

Tomasi è indubbiamente legato ai luoghi, sia quelli reali, nei quali si è consumata la sua esistenza; sia quelli ricreati dai grandi autori che lui amava leggere. Io, nel primo saggio, avanzo tutta una serie di ipotesi per spiegare (o almeno provarci) le motivazioni di un legame così profondo. C’è in effetti, nel “Gattopardo”, un rapporto diretto tra luoghi e architettura narrativa. Tuttavia, Lampedusa non è un fotografo né un cartografo. E’ un grande narratore e, dunque, reinterpreta sempre la realtà, la trasforma. Aggiunge, toglie, modifica seguendo il suo istinto di scrittore.  Il “quid “ di cui parla nelle lezioni, la scintilla del genio, si riaffaccia anche nei dettagli più minuti; nei luoghi che più sembrano autentici, veri.

Possiamo dire, allora, vista la vastità del suo sapere letterario europeo, che il Tomasi studioso non si vedesse appieno come scrittore?

La tua domanda tocca un punto nevralgico della biografia tomasiana. Tomasi si decise a scrivere il “Gattopardo” solo alla soglia dei sessant’anni. Però, l’idea del romanzo lo accompagnava da almeno 20 anni. Probabilmente, anche la conoscenza profonda della letteratura ha ritardato il suo esordio. Era un lettore raffinatissimo, esigente e attento. Forse rimandava sempre la stesura di quella storia che si portava dentro da tempo, anche per pudore. 

Pensi che la riduzione cinematografica di Luchino Visconti abbia dato risalto a questa figura o che l’abbia circoscritta all’opera sua più celebre?

La trasposizione di Visconti è essa stessa un capolavoro. Il fatto che Tomasi sia ancora oggi   considerato (per fortuna sempre di meno) autore di un’unica opera non è dovuto al film.  Dobbiamo sempre ricordare che sino a quando fu in vita, Licy Wolf,  la moglie di Tomasi, non acconsentì a pubblicare gli epistolari; né altri scritti occasionali come le “lezioni”. Lo faceva per tutelare quanto più possibile la sfera privata del marito, la loro intimità di coppia. Non dimentichiamo mai che il romanzo venne pubblicato postumo. L’improvvisa notorietà legata allo straordinario successo del “Gattopardo”, la colse del tutto impreparata. Soltanto negli anni ’80, quando Gioacchino Lanza Tomasi rimase l’erede unico del principe scrittore, è stato possibile ricomporre la vera anagrafe culturale e biografica di Tomasi. Da allora, infatti, ha avuto inizio una nuova fase editoriale delle opere lampedusiane.

Leggere in generale e leggere il Tomasi di Lampedusa. Come condividi generalmente la passione del leggere con i tuoi allievi?

Prima di ogni cosa mi sento e sono un’insegnante. Condivido le miei letture con i ragazzi. Li sollecito a confrontarci sui nostri personalissimi e diversissimi canoni. Tengo anche dei Laboratori per gli universitari. Ma sono docente di ruolo nella vecchia scuola media. Mi rapporto quotidianamente con  ragazzini dall’età compresa tra i 10 e i 13 anni. Ciò che desidero fortemente, nel mio piccolo, è educarli alla lettura. Fargli scoprire il piacere di leggere. 

In conclusione, e per tornare all’ultimo tuo saggio e al tuo “Principe”. Ritieni che il mistero del genio possa essere completamente rivelato prima o poi?

Borges sosteneva che: “La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell’Universo”. La creazione artistica mantiene sempre la sua ineffabilità. Neppure il poeta sa quali versi scaturiranno dal suo animo.

 

Maria Antonietta Ferraloro insegna nella scuola secondaria di I grado. È dottore di ricerca in Storia della cultura e cultore della materia in Letteratura italiana. Collabora con il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Si occupa, inoltre, della formazione degli insegnanti di Lettere. È stata, in precedenza, autrice del saggio “Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo” (Pacini Editore 2014, Pisa).

Print Friendly, PDF & Email