
Ultimo giorno per visitare la mostra collettiva di Barbara Fundarò, Gabriella Navarra e Isabella Terruso. Alle ore 20 l’appuntamento conclusivo negli spazi della Galleria delle Dogane, in via Cala 38
PALERMO – Un luogo nato per controllare merci, passaggi e confini si trasforma in uno spazio dedicato alla liberazione interiore. È questo il cortocircuito simbolico su cui si fonda “Vado alla Santa. Il cammino interiore della rinascita”, la mostra collettiva ospitata nell’antico avamposto di guardia dell’ex Dogana di Palermo, oggi riconfigurato come galleria d’arte.
Il 31 luglio alle ore 20 è in programma il finissage dell’esposizione, ideata e curata dall’artista Barbara Fundarò, presente in mostra insieme a Gabriella Navarra e Isabella Terruso. Sarà anche l’ultima occasione per visitare il percorso espositivo, aperto fino alla stessa giornata presso la Galleria delle Dogane, in via Cala 38, con ingresso libero.
Il titolo riprende un’espressione profondamente radicata nell’immaginario palermitano: “andare alla Santa”. Non si tratta soltanto del pellegrinaggio fisico verso il santuario di Monte Pellegrino, ma di un movimento dell’anima, di un’ascesa che porta con sé fatica, spoliazione e desiderio di ricominciare. Santa Rosalia viene sottratta alla sola dimensione devozionale per diventare figura di autodeterminazione, di distacco dalle convenzioni e di rifiuto delle gabbie imposte dalla società.
A collegare le differenti sensibilità delle tre artiste interviene la psicologa Julie Randazzo, indicata come “curatrice emotiva” della manifestazione. Il suo contributo accompagna la traduzione degli stati interiori in narrazione visiva, offrendo una chiave di lettura psicologica che fa emergere i processi di trasformazione, vulnerabilità e riconquista del sé che le attraversano.
Artista, ideatrice e curatrice del progetto, Barbara Fundarò costruisce il percorso della mostra attorno a una figura femminile che è luogo fisico e simbolico nel quale si consuma il passaggio.
Nelle opere presentate, il corpo appare disteso, inclinato o proteso verso l’alto. Il volto cerca una luce collocata oltre il limite della tela, quasi che la rinascita non sia ancora pienamente raggiunta, ma possa essere intravista. In una delle composizioni la materia pittorica si assottiglia fino a diventare diafana: il profilo femminile emerge da un campo quasi bianco, attraversato da colature verticali blu e grigie. La figura sembra sul punto di dissolversi, ma proprio questa perdita di consistenza diventa una forma di resistenza. Non è la cancellazione dell’identità, bensì la sua liberazione dalle incrostazioni precedenti.
In un’altra opera il registro cromatico cambia radicalmente. Lo sguardo rivolto verso l’alto conserva una tensione spirituale, ma la rinascita acquista qui una dimensione carnale, terrestre e luminosa. Il colore agisce come energia psichica, spinge la figura fuori dall’immobilità e traduce la volontà di tornare a occupare pienamente lo spazio.
La ricerca di Fundarò si muove tra figurazione, introspezione e simbolismo cromatico.
Gabriella Navarra sviluppa una pittura più sintetica, fondata sulla forza del colore e sulla riduzione delle forme a nuclei essenziali. Nel dipinto dominato dai blu, una figura dorata si staglia tra il moto del mare e una grande campitura rossa e gialla, simile a un sole o a una soglia infuocata. La figura sembra avanzare, oppure emergere dalle acque. È insieme corpo, ombra e presenza archetipica. L’opera è una geografia interiore: il mare è la parte instabile dell’esperienza, mentre la luce superiore annuncia un possibile approdo. Il gesto pittorico rimane evidente, energico, quasi impulsivo.
Nel ritratto esposto accanto all’artista, il volto viene invece attraversato da campiture rosse, arancioni, viola e verdi. L’immagine sembra sdoppiarsi e moltiplicarsi. Dietro la superficie principale compaiono altre presenze, come memorie, identità precedenti o immagini riflesse. Navarra costruisce così un volto plurale, sottraendolo all’idea di un’identità unica e definitiva. La persona è ciò che mostra, ma anche ciò che nasconde, ciò che ricorda e ciò che è stata costretta ad abbandonare. Il suo lavoro interpreta la rinascita come ricomposizione, come una nuova alleanza tra le diverse parti di sé.
La pittura di Isabella Terruso si concentra sul ritratto e sulla dimensione psicologica della figura. Nei suoi lavori il volto femminile occupa gran parte dello spazio, avvicinandosi allo spettatore fino a eliminare ogni distanza rassicurante.
In una delle opere, una donna dagli occhi verdi porta le mani alla bocca. Le dita serrate e la postura contratta suggeriscono ansia, paura o una parola che non riesce ancora a essere pronunciata. La tavolozza è trattenuta, costruita su incarnati pallidi, beige e bianchi interrotti dal rosso delle labbra e dal viola scuro dell’abito. Il dipinto lascia visibili le discontinuità, le zone sospese e le imperfezioni della superficie, trasformandole in equivalenti pittorici della vulnerabilità.
Nell’altra opera una giovane donna dai capelli neri abbraccia il proprio corpo. Il gesto può apparire difensivo, ma contiene anche una forma di cura. La luce, concentrata sul busto e sulle mani, emerge da un fondo scuro e teatrale, rendendo l’immagine simile a un’apparizione. È forse uno dei punti più aderenti al tema della mostra: la rinascita coincide con il momento in cui si impara a non abbandonare se stessi.
Terruso mette in scena la fragilità senza trasformarla in debolezza. I suoi ritratti abitano quella zona delicata nella quale la paura può diventare consapevolezza e la protezione una forma di autonomia.
“Vado alla Santa” riunisce tre linguaggi pittorici differenti senza costringerli dentro una formula comune. Barbara Fundarò lavora sul corpo come territorio di metamorfosi; Gabriella Navarra affida alla materia e al colore il racconto di un’identità plurale; Isabella Terruso porta il ritratto nella zona più intima della paura e dell’autoprotezione.
A unirle è una direzione. Tutte le opere sembrano muoversi dal peso alla possibilità, dalla chiusura all’attraversamento. Il cammino verso la Santa conserva la fatica della salita: si procede portando ancora sul corpo i segni di ciò che si è vissuto.
Il finissage del 31 luglio alle ore 20 chiuderà un percorso costruito dentro uno degli spazi più emblematici della città. Nell’ex Dogana, dove un tempo ogni passaggio doveva essere autorizzato, tre pittrici affermano attraverso le immagini che la libertà interiore non accetta più di essere trattenuta.









