La Vergine li condusse in salvo a Palermo… E le dedicarono una chiesa

La storia della chiesa di Santa Maria di Portosalvo, che fu troncata dal prolungamento del corso Vittorio Emanuele

La facciata della chiesa di santa Maria di Portosalvo
La facciata della chiesa di santa Maria di Portosalvo

Si narra che nel 1524 le galee siciliane tornassero vittoriose da una spedizione in Africa e che, trovandosi nel mezzo di una tempesta, gli uomini a bordo fossero prossimi alla morte. Apparve in sogno al Generale l’immagine della Vergine sull’albero maestro, cui egli si affidò per tornare salvo al porto. Per riconoscenza del salvataggio dalla morte sicura, fece dipingere su un muro vicino al porto, si dice sotto un arco antico,  l’immagine che aveva sognato.

Anche se forse l’immagine esisteva già da prima che il Generale la sognasse, togliendogli l’originalità dell’opera ma lasciando intatta la sua devozione (offrì alla Madonna lo stendardo della sua nave, per quanto ricevuto), l’attaccamento a questa immagine crebbe così prepotentemente da convincere il Senato palermitano a donare i magazzini, su un muro dei quali essa si trovava,  per erigervi un luogo per il suo culto (1526). Per gestire il lotto fu fondata una confraternita di mercanti e professionisti, detta di Portosalvo.

L'immagine sognata dal generale, ancora presente all'interno della chiesa
L’immagine sognata dal generale, ancora presente all’interno della chiesa

L’opera è attribuita ad Antonello Gagini, anche se con molti dubbi. Infatti egli era uno scultore, non un architetto, ma in realtà in un documento è chiamato marmoraro, che può riferirsi sia all’essere supervisore artistico che ideatore dell’opera. Morto Gagini (1536), prosegue i lavori Antonio Scaglione, secondo alcune fonti collaboratore principale se non autore della vicina chiesa della Catena, mentre Giacomo Gagini si occupa degli esterni.

Nel 1581, l’ordine di prolungare il Cassaro fino al mare (allora terminava proprio con la chiesa) porta alla demolizione di quanto si trovava sul suo percorso. La chiesa viene stravolta. Veramente faticoso riuscire a immaginare come dovesse essere, dato che il suo ingresso era sulla Cala, e l’abside proprio in mezzo al corso Vittorio Emanuele. La struttura viene tagliata in diagonale, dove si trovavano titolo e antititolo (quindi un doppio transetto), e per simmetria si taglia l’altra parte, venendo ad acquisire una forma triangolare proprio dove si trovava l’altare. In poco tempo, tutt’intorno si costruiscono civili abitazioni, togliendo ogni caratteristica chiesastica all’edificio.

Per salvare quanto rimane, si cerca di dare nuova simmetria all’interno, spostando più volte l’altare e anche, per un certo tempo, costruendo nuove absidi sulla via di Portosalvo; viene rivisto tutto l’esterno, muovendo finestroni ed elementi decorativi nel tentativo di restituire l’immagine di una chiesa. L’armonia esterna non corrisponde a quella interna, ma riesce ad ingannare molto bene. Quando si entra dall’ingresso principale, sulla via di Portosalvo, si è convinti di aprire una porta e trovare di fronte una navata col suo altare in fondo. Ma, aperta la porta, è come trovarsi un muro davanti, e l’orientamento ne esce sconfitto. L’ingresso principale, infatti, è su una delle cappelle laterali, e di fronte all’altare non vi è alcun ingresso, essendovi le abitazioni addossate sui muri.

Alla curiosità di chi volesse visitarla la scoperta della sua pianta e dei piccoli dettagli ancora presenti, che lasciano intendere che la chiesa proseguisse oltre il suo attuale confine, e quelle affinità che presenta con la chiesa della Catena, data la presenza della stessa maestranza.

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