Una Sicilia che non sia soltanto una bella immagine da fotografare, ma un luogo capace di produrre storie, custodire segreti e determinare il destino dei personaggi. È da questa idea che nasce “La Terra del Golfo”, lungometraggio indipendente diretto da Enrico Pollari, attualmente in lavorazione in diverse località della Sicilia occidentale.
Il mare, i porti, i castelli, i bagli, le piazze e i borghi entrano nella struttura stessa del film e ne determinano l’atmosfera. Tra le location figurano Castellammare del Golfo, Scopello, Alcamo, il Castello dei Conti di Modica e Borgo Parrini, a Partinico, con il suo impianto architettonico e cromatico immediatamente riconoscibile.
È una Sicilia molto fotografata e la sfida de “La Terra del Golfo” è precisamente questa: utilizzare la bellezza dei luoghi per costruire tensione e non soltanto per mostrarla.
Il film si muove tra thriller, mistero e crime, seguendo personaggi apparentemente lontani le cui vite finiscono progressivamente per intrecciarsi.
Al centro della vicenda c’è anche un giornalista impegnato a indagare su alcuni giri d’affari poco chiari. Quando sta per portare alla luce ciò che ha scoperto e denunciarlo, accade qualcosa che mette in moto il nucleo più oscuro della storia.
Da quel momento il racconto procede attraverso informazioni parziali, rapporti di potere, interessi economici, incontri e segreti. Il confine tra ciò che i personaggi mostrano e ciò che realmente sono diventa sempre più sottile.
È uno dei motivi per cui, pur senza parlare di una diretta ispirazione dichiarata da Pollari, il progetto può essere collocato idealmente lungo quella tradizione del cinema italiano che ha utilizzato l’indagine per raccontare non semplicemente un delitto, ma la rete di interessi che circonda il delitto.
Il riferimento più immediato è il cinema di Francesco Rosi, soprattutto il metodo narrativo di Salvatore Giuliano: non perché le due storie siano sovrapponibili, ma per l’idea che dietro un fatto apparentemente isolato possano esistere rapporti economici, criminali e sociali molto più complessi. Anche il paesaggio, in quella tradizione, diventa parte della storia.
“La Terra del Golfo” sceglie però un registro più apertamente narrativo, mescolando l’inchiesta alla dimensione sentimentale e al thriller.
Uno dei personaggi più potenti della zona, presentato inizialmente come arrogante e autoritario, finisce infatti per rivelare una fragilità inattesa davanti a una donna della quale crede di innamorarsi. Un rovesciamento che suggerisce la volontà di Pollari di non ridurre i propri personaggi alla semplice categoria di “buoni” e “cattivi”, ma di mostrarne anche contraddizioni e vulnerabilità.
A dare corpo a questa struttura corale è un cast numeroso.
Gioacchino Collica interpreta Don Calogero, uno dei personaggi intorno ai quali si muovono relazioni, gerarchie e interessi della storia.
Eliseo Incardona è Antonio De Santis, imprenditore che entra nel sistema di rapporti al centro della vicenda, mentre Michela Mascali interpreta Donna Rosalia, figura destinata ad avere un peso negli equilibri umani e sentimentali del racconto.
Ma il perimetro narrativo supera i confini siciliani. L’attore spagnolo Luis Fernandez De Eribe interpreta un boss spagnolo, mentre il turco Faruk Alkaya dà volto a un misterioso personaggio arrivato dalla Turchia.
È un elemento interessante perché sposta il crime fuori dalla rappresentazione provinciale e autoreferenziale della criminalità siciliana, allargando idealmente il racconto a un Mediterraneo attraversato da uomini, interessi e alleanze.
“La Terra del Golfo” può quindi essere letto anche come un noir mediterraneo, nel quale l’isola è il centro geografico della storia ma non necessariamente il confine del suo sistema di potere.
Tra le figure più riuscite almeno sul piano dell’idea narrativa c’è Pietro, il pescatore cieco interpretato dall’alcamese Benedetto Lo Monaco.
È lo stesso attore, parlando del personaggio durante le riprese, a fornire una chiave particolarmente suggestiva: proprio perché Pietro è cieco, gli altri tendono a considerarlo innocuo. Parlano, agiscono, abbassano le difese pensando che quell’uomo non possa essere realmente testimone di ciò che accade intorno a lui. Ma Pietro ascolta. E ciò che apparentemente non può vedere finisce per permettergli di conoscere alcuni imbrogli che gli altri preferirebbero tenere nascosti. È un paradosso narrativamente efficace: l’uomo che non vede può diventare quello che comprende più degli altri.
Con Pietro entra nel film anche un elemento quasi archetipico della cultura mediterranea: il pescatore, il rapporto con il mare, la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza e l’ascolto. Inevitabile, pur nelle enormi differenze di trama e linguaggio, pensare alla grande tradizione cinematografica che ha raccontato le comunità costiere siciliane, a partire da Luchino Visconti e “La terra trema”.
Non si tratta di assimilare i due film: l’opera di Visconti appartiene al neorealismo e nasce da tutt’altro progetto politico e formale. Ciò che li mette idealmente in relazione è l’idea che mare, lavoro, comunità e territorio possano avere dignità narrativa propria.
Singolare è anche la presenza di Sergio Lombardi, artista, maestro d’arte e scultore, che interpreta Michelangelo Carrara, uno scultore. Qui la distanza tra interprete e personaggio volutamente si riduce: Lombardi porta davanti alla macchina da presa un sapere artistico che appartiene realmente alla propria esperienza.
L’artista ha inoltre ideato e realizzato personalmente il Premio “La Terra del Golfo”, una scultura nata all’interno del progetto e pensata come simbolo del rapporto tra cinema, arti visive e territorio. È un dettaglio che racconta bene la filosofia complessiva dell’operazione. La Sicilia che Pollari vuole valorizzare non è soltanto quella dei paesaggi, ma anche quella degli attori, degli artisti, delle maestranze e delle professionalità che vi lavorano.
Secondo quanto emerso durante le interviste realizzate sul set, il film coinvolge già, tra interpreti e figurazioni, circa 40-45 persone.
Una parte delle riprese è stata realizzata al Castello dei Conti di Modica di Alcamo, luogo che con la propria architettura introduce naturalmente nella fotografia del film una dimensione storica e monumentale. Alla geografia cinematografica del progetto si aggiunge Borgo Parrini, nel territorio di Partinico, uno dei luoghi siciliani più peculiari per la sua architettura vivacemente decorata e per l’identità visiva che ha assunto negli ultimi anni. L’inserimento del borgo nel film è coerente con l’obiettivo dichiarato della produzione: fare in modo che lo spettatore, davanti a un castello, una strada, un borgo o uno scorcio sul mare, possa chiedersi dove quel luogo si trovi.
In questo senso il cinema diventa anche promozione culturale del territorio, ma può farlo efficacemente soltanto quando il paesaggio deve servire alla scena, modificarne l’atmosfera, produrre immaginario. Ed è probabilmente questa una delle prove più interessanti che attendono “La Terra del Golfo”.
Il cast però non è ancora definitivamente chiuso.
Sul sito ufficiale laterradelgolfo.it è attiva una sezione dedicata ai casting per le prossime fasi delle riprese. La produzione cerca attori e attrici, interpreti per piccoli ruoli e figurazioni e apre le candidature anche a chi non possiede ancora una lunga esperienza cinematografica. È possibile proporsi attraverso il sito inviando i propri dati, una presentazione, fotografie ed eventuali curriculum artistici o showreel. L’apertura dei casting assume un significato particolare dentro un progetto che dichiara di voler valorizzare soprattutto i talenti presenti sul territorio: non soltanto utilizzare la Sicilia, dunque, ma cercare volti siciliani per raccontarla.
Accanto alla ricerca di nuovi interpreti è attiva anche una campagna di raccolta fondi per sostenere economicamente il completamento dell’opera.
Il cinema indipendente deve affrontare costi che continuano molto oltre le giornate sul set: attrezzature, trasporti, location, scenografie, costumi, montaggio, color correction, lavorazione del suono, musiche, post-produzione, promozione e distribuzione.
La campagna di crowdfunding punta a raccogliere 20 mila euro e si rivolge non soltanto agli appassionati di cinema, ma anche ad aziende, imprenditori, enti e realtà interessate ad affiancare una produzione nata e sviluppata in Sicilia.
Dal sito ufficiale del film è possibile raggiungere sia la sezione dedicata ai casting sia quella attraverso la quale sostenere il progetto. Per Pollari e il gruppo che lo accompagna è probabilmente questa la fase decisiva: trasformare quanto già girato in un’opera finita e riuscire poi a portarla davanti a un pubblico.
Durante le riprese siciliane è emerso anche l’altro progetto cinematografico che Enrico Pollari e Michela Mascali stanno portando avanti parallelamente, pur con ruoli differenti: “L’Amore oltre la guerra”, questa volta diretto dalla stessa Mascali.
Se “La Terra del Golfo” guarda alla Sicilia contemporanea attraverso mistero, affari e criminalità, “L’Amore oltre la guerra” porta lo spettatore nel 1943, nel pieno della Seconda guerra mondiale.
Al centro c’è l’incontro tra un uomo tedesco e una donna siciliana, due individui che appartengono apparentemente a mondi contrapposti e che il contesto storico dovrebbe rendere nemici prima ancora che possano conoscersi. È proprio su questa contraddizione che Mascali insiste raccontando il progetto: oltre l’uniforme, l’appartenenza e ciò che appare all’esterno esiste una dimensione privata che la guerra non riesce interamente a cancellare. I due protagonisti finiscono così per scoprire l’uno nell’altra qualcosa che contraddice le categorie imposte dal conflitto.
Un tema classico del cinema di guerra, quello dell’individuo che riemerge sotto l’uniforme, qui affrontato attraverso una storia sentimentale ambientata nella Sicilia del 1943.
Mascali ha sottolineato anche l’importanza dei luoghi incontrati durante le riprese, parlando dell’emozione di trasformare territori e architetture siciliane in spazi cinematografici e di affrontare attraverso il film uno dei momenti più traumatici del Novecento. Nel materiale di presentazione Pollari definisce infatti “L’Amore oltre la guerra” una storia nella quale, mentre intorno dominano paura, dolore e incertezza, nasce un sentimento capace di superare le divisioni determinate dalla guerra.
I due lungometraggi sono molto diversi, ma raccontano in fondo due facce della stessa ricerca: la Sicilia come luogo nel quale la Storia e le storie individuali si incontrano.


