La sindrome della capanna, un mese dopo

Ancora ci stuoni cu sta capanna, niente, niente e chidda ru zio Tom?

Ieri mi è arrivata una e-mail da parte dell’ufficio in cui lavoro in cui mi comunicano che da lunedì prossimo si rientra a poco a poco in ufficio, secondo il seguente calendario: tre giorni al lavoro in ufficio e due giorni al lavoro da casa. In maniera tale, così è specificato nella missiva, che si ci riabitua gradatamente al rientro definitivo, sempre se i contagi da coronavirus continuino a diminuire.

Ero fermo a metà del secondo tempo: Pippo 1 – Paura 2 – “La sindrome della capanna 20 giorni dopo“.

Non dico che mi ha assalito il panico, ma quasi. Le palpitazioni sono aumentate a dismisura, è comparsa la sudorazione, nonostante non fosse una giornata calda, almeno nella stanza in cui ho ricavato il mio posto di lavoro, le gambe hanno cominciato a tremare, nonostante fossi seduto, per un attimo non ho più visto lo schermo del pc. “E’ che cacchio” mi sono detto “Peppino ti vuoi calmare, non è poi così terribile rientrare in ufficio, in fin dei conti se non ricordo male hai detto che un po’ ti manca”. “Appunto, solo un po’”, mi sono risposto. Poco ci voleva che la paura mettesse in rete il terzo goal, aveva colpito la traversa, meno male sul 3 a 1 vai a raddrizzare la partita, sarei stato definitivamente sconfitto.

Dopo avere bevuto un bel sorso d’acqua, diciamo che mi sono calmato, anche se sono sicuro che la pressione fosse ancora alta. A questo punto mi sono detto “analizziamo meglio la situazione”, tutto sommato rientrare in ufficio mi avrebbe permesso di staccarmi dal vivere in capanna e forse avrei pareggiato la partita con la paura, prima dello scadere dei minuti regolamentari, tutto sommato, visto la situazione, sarebbe stato un buon risultato.

Non vi sto a raccontare come ho passato la notte, quelle poche ore che sono riuscito a dormire ho avuto degli incubi. Oggi, con calma, ho riletto la missiva, ne ho parlato con la collega con cui divido la stanza ed il lavoro, lei non vorrebbe rientrare perché lavorare da casa gli è piaciuto, anche perché ogni giorno per venire al lavoro, abitando in provincia, deve fare diversi chilometri e alla nostra età, tutti e due siamo ultra sessantenni, gli pesa.

Ho deciso, se non oggi, visto il brutto tempo, domani al più tardi esco a farmi una passeggiata, almeno metto in moto, si fa per dire, i “muccoli” delle gambe, che ultimamente risultano anchilosati, un po’ di olio alle giunture non me lo leva nessuno, prima di uscire provvedo, “‘npollina dell’oglio” in mano e frizioniamo le parti interessate.

Guardo la capanna, debbo ammettere che l’ho attrezzata molto bene, con tutti i confort, poltrona, abat jour, tavolinetto, un mini frigo e tanti altri ammennicoli. Non mi sono fatto mancare nulla, mi dispiace abbandonarla, ma le ho promesso che almeno due giorni a settimana la uso, mischinella mi guardava con le lacrime agli occhi.

Tornando alla partita, ancora sul 2 a 1 per la Paura, spero al più tardi domani almeno di pareggiare e lunedì auspico di passare in vantaggio, anche se mi sembra molto improbabile, la Paura è bella agguerrita.

Il mio pensiero va al posto di lavoro e soprattutto ai colleghi. L’azienda applicherà alla lettera il protocollo di sicurezza stilato dai vertici aziendali per evitare i contagi? I colleghi sapranno, anche loro, essere ligi al protocollo di sicurezza aziendale?

Tanti dubbi, poche certezze, il tarlo della paura sembra che voglia insinuarsi, ma devo reagire non devo permettere che prenda il sopravvento, l’Azienda sono sicuro che ha organizzato tutto a puntino, i colleghi sono certo che sapranno comportarsi bene, almeno lo spero. Per si e per no mi porto da casa una canna di un metro e mezzo così mi tengo a debita distanza dai colleghi, da buon siculo applicherò alla lettera questo detto popolare della nostra terra.

Calcio di rigore, fallo della Paura, mi ha fatto lo sgambetto in area di rigore, l’arbitro si sta consultando con il guardalinee per decidere se concedere il calcio di rigore a favore di Pippo.

Alla prossima puntata.