Nel calendario di “Narrazioni. Letture itineranti dai territori tra i fiori di maggio”, rassegna dedicata all’incontro tra libri, luoghi e comunità, Aurea Nox presenta “2056” di Francesco Cusa, venerdì 8 maggio, alle 18.00, a Tindari, presso il Giardino Bizantino, proprio di fronte al Teatro Greco. Una cornice che funziona da controcanto simbolico: il teatro come memoria della parola pubblica e il futuro che ritorna dentro il presente.
L’incontro vedrà il dialogo con l’autore insieme al moderatore Luigi Aloysius Mammana e a Grazia Velvet Capone. Sono previsti i saluti istituzionali di Daniele Giddio. Sarà un appuntamento pensato come spazio di confronto e di ascolto senza filtri, nel segno di una letteratura che apre una faglia critica nella nostra percezione del mondo.
“2056” è un romanzo che solleva interrogativi sul rapporto tra futuro, coscienza, tecnologia e libertà di scelta. Nella nuova edizione pubblicata da Aurea Nox, all’interno della collana “Veritas sub umbra”.
Il motto che accompagna il libro, “Il futuro è già qui. La scelta è nostra” è una chiave di lettura. Il futuro, in Cusa è una lente deformante attraverso cui osservare il presente, come accade nei migliori romanzi di anticipazione: da Philip K. Dick a Ballard, passando da Orwell. Francesco Cusa fa, nel suo romanzo, una diagnosi dell’umano.
Il nucleo più forte del libro è nel chiedersi: che cosa resta dell’uomo quando la coscienza diventa un sistema? La domanda, posta anche dalla scheda editoriale di Aurea Nox, riguarda, oltre alla fantascienza, la filosofia dell’identità e l’antropologia. In “2056” l’umanità è sedotta dall’idea di superare se stessa. In questo senso, il romanzo può essere letto anche alla luce del riferimento a Heidegger, che appare quasi inevitabile. Cusa ha dichiarato che nel romanzo si può rintracciare un’eco heideggeriana, perché la tecnica non è soltanto uno strumento, ma un destino da cui l’uomo non può semplicemente chiamarsi fuori, definendo “2056” una riflessione sulla traiettoria intrapresa dall’homo sapiens, in un’epoca di accelerazione esponenziale in cui intelligenza artificiale e digitalizzazione stanno ridisegnando il concetto stesso di umano.
La risposta del romanzo è data dallo sguardo di Francesco Cusa, uno sguardo più complesso e feroce, poiché mostra un’umanità che partecipa attivamente alla propria metamorfosi. Anche il cinema offre paragoni utili per entrare nell’atmosfera di “2056”: ritroviamo qualcosa di “Matrix” nell’idea di una realtà collettiva mediata da una struttura invisibile oppure qualcosa di “Blade Runner” nella domanda sull’identità. Ma Cusa attraversa da musicista e da scrittore, anche i modelli cinematografici, trasformando il suo romanzo in un assolo narrativo dove la dissonanza è metodo.
Francesco Cusa, del resto, è un autore difficile da contenere in una sola definizione. Batterista jazz, compositore, scrittore, poeta, performer e teorico, Cusa attraversa i linguaggi con la naturalezza inquieta di chi non accetta confini troppo comodi. La sua biografia artistica conferma questa vocazione alla contaminazione: ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione per film, teatro, letteratura, danza e arti visive; è attivo in diversi progetti musicali e performativi, tra cui FCT Quest, Francesco Cusa & The Assassins, Naked Musicians, Solomovie, Drums & Books e Molesta Crudeltà.
Nella sua opera, la parola conserva spesso il ritmo della musica, non è un caso quindi che Cusa abbia accostato la scrittura di “2056” al rischio dell’assolo jazzistico: ritmo, dissonanze, pause, elasticità, spazio lasciato all’interpretazione del lettore.
Già nella presentazione di “2056” curata presso la Biblioteca Santa Caterina di Monreale, e di cui abbiamo parlato nelle pagine del Giornale Cittadino Press, il romanzo era emerso come un’opera capace di unire visione narrativa, inquietudine filosofica e ironia corrosiva.
Ci sono libri che intrattengono, libri che confermano ciò che già pensiamo e poi ci sono libri che ci mettono in discussione. “2056” appartiene a questa seconda famiglia: nasce da domande che meritano attenzione. È un libro che chiede al lettore di non restare spettatore, di non sedersi troppo comodamente davanti alla pagina e porsi degli interrogativi, di riflettere.
La scelta di presentarlo a Tindari, nel Giardino Bizantino, davanti al Teatro Greco, aggiunge al romanzo una risonanza ulteriore.
L’appuntamento dell’8 maggio sarà un incontro tra letteratura, filosofia, territorio e visione; un’occasione per riflettere insieme sul senso della scelta, sulla fragilità della libertà e sulla necessità di continuare a porre domande.


