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“Je suis Ducrot” apre la seconda edizione di Chiasso d’Arte: a Monreale la memoria diventa cura della bellezza

Pubblico numeroso al Chiasso Beato Pino Puglisi per l’incontro con lo scrittore Francesco Teriaca. Tra storia, Liberty, impresa, memoria e patrimonio, la rassegna ideata dalla AC Festina lente restituisce alla città uno spazio di cultura

MONREALE – Un pubblico numeroso ha riempito, sabato 10 luglio alle 17, il Chiasso Beato Pino Puglisi, antico spazio urbano a pochi passi dal Duomo di Monreale, per il primo appuntamento della seconda edizione di Chiasso d’Arte, la rassegna letteraria dedicata ai libri e al confronto culturale.

Protagonista dell’incontro è stato lo scrittore Francesco Teriaca, autore di Je suis Ducrot, romanzo che ricostruisce, attraverso il rapporto tra documentazione storica e invenzione narrativa, la vicenda umana e imprenditoriale di Vittorio Ducrot e, insieme, una delle stagioni più complesse e affascinanti della storia di Palermo.

Il Chiasso Beato Pino Puglisi, oggi isola pedonale, è divenuto nel tempo uno spazio restituito alla fruizione pubblica anche grazie all’impegno costante e senza sosta dell’Associazione Culturale Festina lente, in collaborazione con il Comune di Monreale. Un luogo che la rassegna ha scelto di trasformare in punto d’incontro tra cittadini, autori e lettori, inserendo la cultura all’interno del tessuto urbano e sottraendo lo spazio al silenzio e al degrado.

Ad aprire l’incontro è stato il presidente dell’Associazione Culturale Festina lente Rosario Lo Cicero Madè, che ha introdotto la manifestazione e passato la parola alla dott.ssa Claudia Scavone, ideatrice della rassegna letteraria, giunta alla seconda edizione su richiesta del sindaco di Monreale Alberto Arcidiacono, dell’assessore allo Sport e Spettacolo Salvatore Giangreco e dell’assessore all’Istruzione Patrizia Roccamatisi.

Questa nuova edizione vede anche la collaborazione dell’Auser di Monreale – Circolo Biagio Giordano, rappresentata durante l’incontro dal sindacalista Biagio Cigno, e della collaborazione della poetessa Maria Sapienza.

Tra il pubblico erano presenti rappresentanti dell’Auser e dell’Associazione Nazionale Carabinieri, il generale Umberto Rocco, presidente dell’Associazione Nazionale Guardia di Finanza; Stefano Gorgone, già dirigente scolastico ed ex sindaco di Monreale; il dott. Castrense Ganci, Responsabile Comitato locale Palermo International Police Association; e l’artista palermitano Pippo Madè.

Al centro dell’incontro, naturalmente, il romanzo di Francesco Teriaca. Je suis Ducrot racconta la figura di un imprenditore che non può essere ridotta alla sola storia di una fabbrica di mobili. Vittorio Ducrot fu protagonista di un’idea di impresa nella quale produzione, arte, artigianato, innovazione e responsabilità sociale cercavano continuamente un equilibrio.

Le Officine Ducrot rappresentarono uno dei luoghi nei quali la Palermo tra Otto e Novecento seppe dialogare con l’Europa. Il rapporto con Ernesto Basile, l’elaborazione di un linguaggio Liberty ispirato alla natura, alle forme vegetali, alle linee curve e a una nuova idea dell’abitare contribuirono a fare della produzione Ducrot un punto di riferimento non soltanto economico, ma anche estetico e culturale.

Il libro di Teriaca ricostruisce però anche le difficoltà di un imprenditore costretto a confrontarsi con crisi economiche, regime fascista e guerra, mentre cercava di difendere la continuità del lavoro per circa 1.500 dipendenti. È proprio questo uno degli aspetti messi in evidenza negli interventi di Biagio Cigno e Maria Sapienza, che hanno colto uno dei nuclei più significativi del romanzo: la necessità di raccogliere e tramandare una storia ancora poco conosciuta e di restituire visibilità a una figura imprenditoriale che concepiva il lavoro non soltanto come produzione di profitto, ma anche come costruzione di qualità, competenza e bellezza.

Il confronto è stato condotto da Claudia Scavone attraverso una serie di domande che hanno collegato la vicenda di Ducrot alla filosofia, alla letteratura contemporanea e al problema della conservazione della memoria.

Particolarmente interessante la riflessione sul significato degli oggetti che sopravvivono alle persone. Partendo dai mobili Ducrot, ancora oggi presenti in case, edifici e collezioni, Scavone ha richiamato il pensiero di Ruth Millikan e il rapporto tra oggetti, funzione, storia e trasmissione, collegandolo anche a I convitati di pietra di Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026.

Un mobile, in questa prospettiva, non è soltanto materia lavorata. Conserva il progetto di chi lo ha disegnato, la mano di chi lo ha costruito, il corpo di chi lo ha usato e la storia degli ambienti che lo hanno accolto. Gli oggetti diventano così archivi silenziosi: restano quando le persone non ci sono più e continuano, in qualche modo, a raccontarle.

Da quel passaggio il confronto si è spostato sulla perdita e sulla necessità della tutela.

Claudia Scavone ha ricordato la distruzione di Villa Deliella, uno degli episodi più traumatici della storia urbanistica palermitana, divenuto simbolo della progressiva cancellazione di una parte importante del patrimonio Liberty della città. Il riferimento ha riportato il dibattito alla responsabilità contemporanea: conservare la bellezza non significa limitarsi a celebrarla quando è già diventata storia, ma riconoscerne il valore mentre esiste ancora.

Da qui una delle domande centrali rivolte all’autore: «Cosa possiamo fare di concreto per la cura della bellezza?»

Francesco Teriaca ha indicato nel lavoro di ricerca, nella conservazione degli archivi, nello studio e nell’approfondimento una delle risposte possibili. Tramandare significa impedire che storie, opere e persone vengano cancellate. Significa custodire la memoria di esperienze nelle quali l’arte e la qualità erano considerate parte integrante del lavoro, e non un elemento secondario subordinato esclusivamente al guadagno.

Un tema particolarmente significativo per un libro come Je suis Ducrot, che continua a circolare anche fuori dall’Italia ed è oggetto di interesse in ambito universitario. La vicenda di Vittorio Ducrot, del resto, supera i confini della biografia individuale e diventa uno strumento per interrogare il presente.

L’ultima domanda ha spostato il confronto sul terreno dell’immaginazione.

Scavone ha chiesto a Teriaca quanto si fosse immedesimato nel suo protagonista durante la scrittura e che cosa gli avrebbe domandato se, un giorno, una futura tecnologia basata sull’intelligenza artificiale rendesse possibile dialogare con una ricostruzione di chi non è più presente fisicamente, ma continua a esistere attraverso la memoria e le opere.

La risposta dell’autore è arrivata con ironia: «Perché non hai pensato di delocalizzare l’azienda, visti tutti i problemi?»

Una battuta che contiene, tuttavia, una questione molto concreta. Ducrot avrebbe potuto cercare altrove condizioni più semplici e vantaggiose, ma la sua storia rimane legata a Palermo, ai suoi lavoratori e a un progetto costruito in quella città.

Forse la risposta è proprio nella vicenda raccontata dal libro: l’amore per ciò che si fa spinge talvolta a restare, a resistere e a continuare anche quando sarebbe più semplice abbandonare. Non per ostinazione fine a se stessa, ma per la convinzione che il lavoro possa lasciare qualcosa che supera la durata di una vita. È quanto avvenuto con i mobili Ducrot, con i disegni di Basile, con le storie raccolte da Francesco Teriaca e, in una dimensione diversa, con la seconda edizione di Chiasso d’Arte.

Un antico spazio a pochi passi dal Duomo, ieri pomeriggio, non è stato soltanto occupato da sedie e pubblico. È diventato un luogo nel quale si è parlato di libri, filosofia, storia, impresa, arte e patrimonio. Ed è forse questa la risposta più concreta alla domanda sulla cura della bellezza: continuare a studiarla, raccontarla e soprattutto creare le condizioni perché possa ancora abitare i luoghi della città.

Al termine della manifestazione l’intervento dell’artista Pippo Madè ha riportato il pubblico alle atmosfere della Palermo del primo Novecento e del dopoguerra e l’artista ha voluto omaggiare Francesco Teriaca con una propria opera dedicata alla storia della Targa Florio disputata nel Parco della Favorita di Palermo, un lavoro che idealmente si collega a quella stagione particolarmente felice della città raccontata anche nel romanzo.

La seconda edizione di Chiasso d’Arte proseguirà con altri due appuntamenti, sempre alle ore 17 nel Chiasso Beato Pino Puglisi.

Il 24 luglio sarà protagonista lo scrittore, poeta e batterista jazz Francesco Cusa con la presentazione del libro Rime Sboccate. L’incontro proseguirà poi con la performance Drums & Books, nella quale la parola scritta entrerà in relazione con il ritmo, l’improvvisazione e il suono della batteria, trasformando la presentazione letteraria in un’esperienza performativa. Rime Sboccate è un libro che lavora sul linguaggio e sulla libertà espressiva e il ritmo, con una scrittura che conserva il passo del musicista e l’attitudine dello scrittore a mettere continuamente in discussione convenzioni e forme prestabilite.

Il 31 luglio, invece, la rassegna ospiterà Francesca Bommarito con il libro Albicocche e sangue, per un nuovo incontro dedicato alla letteratura e al confronto diretto con il pubblico. Già nel titolo, Albicocche e sangue accosta due immagini fortemente contrastanti, la dolcezza e la ferita, ricordando la tragica strage mafiosa di via Scobar a Palermo, nella quale persero la vita tre carabinieri. Un libro che offrirà l’occasione per riflettere, ancora una volta, sul modo in cui la letteratura riesce a dare forma anche a ciò che spesso resta difficile da raccontare.

Tre appuntamenti, tre differenti linguaggi e un unico luogo restituito alla sua funzione più viva: diventare spazio di relazione, di conoscenza e di cultura.

Foto di Giuseppe Sommatino, Loredana Allenza e Castrense Ganci.

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