Henri Cartier Bresson, il ‘maestro che incanta’

Un viaggio alla scoperta del modus operandi del ‘maestro della fotografia’ e del ‘suo’ pizzico di siciliano mistero alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo

La prima Leica di Cartier-.Bresson

Lo sguardo filtrato – da una professionale “Leica” – di Henri Cartier-Bresson ha attraversato buona parte di ciò che gli storici hanno ribattezzato “il secolo breve” – cioè il ‘900 – ed ha costruito per noi, più o meno scientemente, un racconto di quotidianità, una

ricerca di modernità, che continua a scatenare, in chi osserva la singolarità dell’attimo fermato in uno scatto, “la scintilla fantastica”. Le immagini di Cartier-Bresson, dunque, sono un ‘racconto continuo’: perché fonte di ispirazione in chi osserva l’immagine in scena e fonte di rilettura per chi prova a contestualizzare la scena in un racconto parallelo alla sensibilità del proprio tempo. Le esercitazioni, che fanno perno sull’arte fotografica del maestro, anche dentro alle scuole di scrittura creativa sparse per il mondo, sono innumerevoli; è in questa “folgorante” tecnica di ricerca – nella fotografia, cioè, di una espressione, di un luogo o di un punto qualsiasi preservato nella sua essenza reale (ovvero protetto da correzioni in camera di sviluppo) – che si rinnova, dal secolo passato a quello attuale, la magia del racconto incantato e che incanta l’occhio della nostra fantasia. Oggi una piccola parte di questo ‘racconto continuo’ è alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo e viene offerta – fino al 25 Febbraio prossimo – alla interpretazione e individuale narrazione dei visitatori (info-evento: http://www.gampalermo.it/news-eventi/museo/525-hcb.html). Sono in tutto centoquaranta gli scatti visibili e raccolti nella mostra, curata da Denis Curti, “Henri Cartier-Bresson fotografo“, (more information in the english version: http://www.mostracartierbresson.it/index-en.html#mostra). La mostra prende in buona parte origine dall’omonimo libro pubblicato per le Edizioni Contrasto (pagg.352, 158 fotografie b/n, € 60,00). Cartier-Bresson, uomo riservato e indiscusso maestro d’immagini, ha sottolineato che la spontaneità della ‘sua arte’ si basa su “una fotografia (che) non è né catturata né presa con la forza. Essa si offre. È la foto che ti cattura”. Una “libertà”, dunque, che dalla fotografia passa all’essenza stessa del fotografo, che viene portato ad essere cittadino dei cinque continenti grazie a quella “sua arte” e che cerca di “mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio”. Tra le poche limitazioni a quel ‘suo’ movimento per il mondo c’è il fermo immagine dell’uomo-fotografo, cioè l’atto di concepimento. In merito, infatti, e non saprei discernere con quanta dose di scherzo o di verità, Cartier-Bresson racconta – e ne ritroviamo le testimonianze nello storico, critico e saggista fotografico Diego Mormorio e nel bagherese Ferdinando Scianna; portato da Cartier-Bresson dentro all’olimpo dell’Agenzia fotografica Magnum di Parigi – di una sua primordialità siciliana che lo legava in modo speciale alla nostra insularità e a Palermo. Cosicché, il visitatore alla mostra palermitana entra in contatto con Cartier-Bresson con una di queste due testimonianze, quella cioè di Scianna, in un estatto leggibile sulla prima parete d’inizio alle sale  – dedotta da “Obiettivo ambiguo” per le Edizioni Contrasto -, che si riferisce a questa consanguineità siciliana legata al concepimento del ‘maestro’ in una stanza d’albergo di un notorio Grand Hotel palermitano. Una presenza, quella a Palermo di Cartier-Bresson, seppur non continua e distante nel tempo, circolare e non strana. Palermo, infatti, ricorre ancora per il ‘maestro di Chanteloup, Seine-et-Marne’ con la prima mostra fotografica

Interni G.A.M. (Palermo)
foto Tommaso Gambino

in Sicilia, alla Galleria d’Arte Moderna nel 1971, e in seguito, nel 1986, per la cerimonia di consegna del premio La Rosa d’oro, della casa editrice Novecento, ricevuto su designazione del grande scrittore e poeta Jorge Luis Borges. Il “viaggio”, fra i centoquaranta scatti in cornice, fra i cinque continenti e in luoghi e personaggi più o meno celebri, porta il visitatore della mostra in una sorta di caleidoscopio in bianco e nero, in una contemporaneità di cose e d’esistenze, per poi, sequenza dopo sequenza, sentirsi coinvolti in quello che si ritaglia attraverso il mirino”. Trasformato, dunque, in un vero “flaneur”, il visitatore alla mostra si trova a passeggiare insieme al magrittiano personaggio di “Viale del Prado di Marsiglia (Francia 1932)”, o a incrociare l’occhiata sarcastica delle “Prostitute di Calle Cuauhtemoctzin a Città del Messico (Messico 1934)” oppure, e ancora, ad attraversare Rue d’Alèsia, insieme allo scultore Alberto Giacometti beffato dalla pioggia (Parigi, 1961) e poi, per non svelare troppo e lasciare a ciascuno il gusto derivato dall’utilizzo del proprio biglietto di viaggio, a guardare straniti il dormiente di Trafalgar Square, nel giorno dell’incoronazione di Giorgio VI (Londra, 1937). Baudelaire si chiedeva cosa cercasse nella vita il pittore a sé contemporaneo; per poi, come risposta, aggiungere: “la ricerca, nel grande deserto degli uomini, di quel qualcosa che ci permetterà di definire la modernità”. Henri Cartier-Bresson, invece, che definiva sé stesso “tipo nervoso e amante della pittura”, cerca in un attimo di scatto l’immagine della modernità, in una fotografia che è “una mannaia che nell’eternità coglie l’istante che l’ha abbagliata”.

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