Sabato 28 febbraio alle ore 21 e domenica 1 marzo alle ore 18, il Teatro Re Mida di via Filippo Angelitti, a Palermo, ha ospitato “H.O.T.E.L. – Health Organization Therapeutic Emotional Lab”, commedia in due atti scritta, diretta e interpretata da Liliana Bernardo. Uno spettacolo che si è presentato al pubblico come una brillante commedia corale e che, scena dopo scena, ha spostato con decisione il proprio baricentro verso una riflessione più ampia sul disagio, sull’identità e sui meccanismi di normalizzazione.
L’H.O.T.E.L. non è un semplice albergo, ma un non-luogo elegante e ambiguo, uno spazio di passaggio in cui i personaggi arrivano convinti di essere ospiti e finiscono per rivelarsi pazienti. Il motto che accompagna lo spettacolo – Ingresso certo, uscita non garantita – non è una trovata ironica, ma una chiave di lettura: chi entra è chiamato a restare e ad affrontare ciò che emerge, con ritmo calzante di battute e pause che portano istantanee riflessioni.
La scrittura di Liliana Bernardo si è mossa con agilità tra commedia brillante, teatro dell’assurdo e satira sociale, costruendo dialoghi apparentemente leggeri che si incrinano progressivamente. Il linguaggio è stato a volte sgrammaticato, ripetitivo, a tratti infantile e popolare. Qui le parole sono servite a rivelare lo scarto tra ciò che si dice e ciò che si vive. Le “vitamine” sono diventati farmaci, l’hotel di lusso una clinica, la cura un protocollo che tende più al controllo che al benessere.
Uno dei nuclei più interessanti dello spettacolo è stato affidato a Monique Nessuno, interpretata da Monica Scibona, chiamata a sostenere un doppio ruolo di notevole complessità. Da un lato Monique, donna elegante, misurata, quasi rarefatta; dall’altro sua madre, figura terragna, sguaiata, che parla in dialetto e irrompe sulla scena con un’energia dirompente. Due linguaggi, due posture e due mondi che non si incontrano ma si sovrappongono, creando una frattura identitaria evidente.
Non si tratta di un semplice gioco attoriale, ma della rappresentazione concreta di una scissione, di follia e sdoppiamento della personalità. La ricerca della madre – “morta cinque minuti fa… no, due anni fa” – diventa un corto circuito temporale che attraversa tutto lo spettacolo, restituendo l’idea di un tempo emotivo instabile, continuamente riscritto.
Attorno a Monique si è mosso un cast corale affiatato, capace di mantenere un equilibrio costante tra ritmo comico e tensione popolare.
Letizia La Rosa ha interpretato Grace, la cameriera dell’hotel: figura apparentemente di servizio, in realtà osservatrice privilegiata e ingranaggio del sistema. Accoglieva e rassicurava gli ospiti ma custodiva anche segreti che affioravano lentamente, soprattutto nel rapporto con la figlia Fiorella.
Fiorella, interpretata da Andrea Giuliana Messina, è entrata in scena con un violino suonato dal vivo, diventando un controcanto emotivo che suggerisce una possibilità di espressione diversa, laddove il linguaggio verbale fallisce. La sua presenza ha portato i personaggi e il pubblico a interrogarsi sull’eventuale presenza di fantasmi. Ma la risposta che lo spettacolo ha offerto è netta: non ci sono fantasmi ma c’è qualcosa di più concreto e disturbante.
Elisabetta Di Giovanni ha dato corpo a Barbara, con rigidità e paranoia quotidiana, divertendo con la sua presenza scenica quasi fantozziana, con la fantasia di un cane di nome Ragù che sa volare e le sue battute pronte che hanno coinvolto il pubblico divertito; Tony Alvich è stato Mario, uomo qualunque intrappolato in dinamiche che lo superano, con uno scolapasta in testa è riuscito a trasformare l’assurdo in normalità; Clara Buttacavoli ha interpretato Persefone, figura dichiaratamente mitologica che promette rinascita ma confessa di essere stata rinchiusa per guarire dalle proprie paure. Mito e psichiatria si incontrano, producendo ironia.
Il Doctor Frank di Roberto Pellegrino ha incarnato l’ambiguità più esplicita dello spettacolo: medico e direttore. Parlando di cure e di protocolli mentre contrattava espulsioni e assunzioni.
La rivelazione finale non arriva come un colpo di scena improvviso, ma come una presa di coscienza progressiva: l’H.O.T.E.L. è una clinica psichiatrica. I clienti sono pazienti e le regole sono le terapie. Non servono elementi soprannaturali poiché l’inquietudine nasce dal riconoscimento di un sistema abbastanza chiaro.
La regia di Liliana Bernardo ha accompagnato questo percorso con attenzione ai tempi comici e alle pause, lasciando spazio a silenzi carichi di senso. La scena, essenziale ma densa di simboli – cornici vuote, sedie, oggetti fuori posto – si è trasformata in un luogo mentale prima ancora che fisico. Le sedie usate come letto, un quadro che cade durante la scena, crea quell’atmosfera ambigua tra commedia, thriller e dramma.
Solido anche l’impianto tecnico, con direzione tecnica di Salvo Cici, audio e luci a cura di Salvo Cici e Francesco Gambino, direzione di scena di Gioacchino Messina, a sostegno di una drammaturgia che chiede precisione e ascolto.
“H.O.T.E.L.” sabato e domenica ha coinvolto il pubblico rispettando l’atmosfera divertente della commedia, grazie a un ritmo serrato e a un uso calibrato dell’ironia, e al tempo stesso ha creato un discorso lucido sul presente, sul disagio e sui meccanismi che lo gestiscono. Lo spettacolo ha accompagna lo spettatore fino all’uscita con discrezione, lasciando che i personaggi, i dialoghi, le battute e la fantasia continuasse a lavorare oltre il tempo della rappresentazione.
Al Teatro Re Mida, “H.O.T.E.L.” ha confermato come la commedia contemporanea possa ancora essere uno spazio critico efficace: uno sguardo attento sull’umano, capace di intrattenere senza rinunciare alla riflessione.
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Foto di Claudia Scavone.


