Contemporanea scrittura: da Cernia Tossica a Casa Woolf. Intervista a Giorgio D’Amato.

E’ una capacità di raccontare che rivendica la libertà di non ritrovarsi solo nel “libro” quella che Giorgio D’Amato, bagherese di residenza e con la passione alla riscrittura, propone nelle tante narrazioni, alcune spesso di strada, che potrebbero disorientare chi si appresta a conoscerlo o a incontrarlo per la prima volta. Anche la denominazione di “scrittore”, qualità questa abusata in tempi di auto-incoronazione, a leggere alcuni utenti di Facebook, credo vada stretta al personaggio. Con uno spirito a metà fra l’anarchico della scrittura e il busker-lettore, la dimensione contemporanea – fatta di storia presente o, meglio, di vicende dagli anni ’80 ad oggi – sembra attrarre di più l’autore, che, in questi giorni, con il romanzo “Cernia Tossica” – per i tipi di Mesogea, casa editrice messinese attenta alle nuove scritture isolane – si trova negli scaffali delle nostre librerie. Nella periferia di una Palermo percepita a fatica area metropolitana, e in una Sicilia dalle mille narrazioni, abbiamo voluto sentire anche Giorgio D’Amato e farlo conoscere ai più. A seguire la nostra intervista e senza claustrofobie da scrittore.

Sei alla tua terza pubblicazione Giorgio, ed è la seconda con l’editore Mesogea di Messina, com’è cambiata – in tutto questo tempo – la tua scrittura?

Il cambiamento c’è, almeno nelle intenzioni, nei riferimenti, un cambiamento determinato dalla natura dei fatti raccontati, quasi lineare la narrazione in “L’estate che sparavano”, volutamente complessa in “Cernia Tossica”. Determinante, in quest’ultimo, la voce narrante proprio perché femminile, che mi ha costretto ad un approccio diverso con la resa della realtà, uno sguardo mai volto ad ordinare la complessità del mondo ma a renderla così come si manifesta.

Definiscimi in tre battute “Cernia Tossica”, l’ultimo tuo romanzo, e allo stesso modo il precedente, “L’estate che sparavano”, entrambi nella stessa collana Petrolio della casa editrice messinese.

“L’estate che sparavano”: seconda guerra di mafia, amicizia, e poi la domanda: “restare o partire?”. Per “Cernia Tossica”, invece: finanza creativa, società di sentimenti, sottomissione.

Realtà più o meno scomode e pericolose relazioni sono alla base di queste due ultime finzioni (ma non troppo) narrative. Cosa ti affascina del contemporaneo che racconti e cosa te ne allontana, invece?

Abbiamo bisogno di chiavi di lettura per il nostro tempo. Non sempre, infatti, quello che circola sul web o sulla carta stampata permette di capire cosa succede veramente. “Cernia Tossica”, nel suo piccolo, racconta di finanza creativa attraverso un episodio: la cartolarizzazione dei crediti sanitari della Regione Sicilia; una delle operazioni, questa, contratta a seguito dell’apertura agli strumenti derivati consentita dalla finanziaria del 2001. “L’Estate che sparavano”, invece, racconta di un periodo mancante della letteratura di genere mafioso. Ad ogni modo, per me, un romanzo dovrebbe sempre approfondire un periodo storico e in quanto persone del nostro tempo, e come lettori e come scrittori, dovremmo fare a questo riferimento ed esserne interpreti.  

Prima di queste due pubblicazioni l’incontro improvviso con un’associazione piemontese e approdi ad un’altra realtà scomoda e di cui si parlava poco ai tempi: la causa Curda. A seguito di ciò l’incontro con l’editore Di Salvo e il tuo esordio con un romanzo breve dal titolo “Sonata per i porci”. Cosa puoi dirci di quella esperienza?

Le mie narrazioni sono documentali, più che invenzioni spesso sono riscritture di atti processuali, testimonianze, confessioni. Sia con “Sonata” che con “L’estate”, finito il romanzo mi sono arrivate tante informazioni da poter scrivere sequel: persone che ti raccontano dov’erano, cosa vissero, cosa seppero dei personaggi da me descritti.

Nel titolo del primo libro, come pure nella sua copertina, e nell’ultimo libro ritroviamo animali. E’ la tua vocazione quasi vegana a richiamarli? E, in ogni caso, come nascono i titoli dei tuoi libri e cosa ne condiziona in genere la scelta?

Ah ah, beh, è un caso. I miei titoli nascono a prima botta, poi mi perdo tra svariate alternative, alla fine ritorno al primo. Ma sembra che sia un percorso necessario. I titoli vegani per i prossimi romanzi: La solitudine della rucola, Cent’anni di pasta e scarola, L’insostenibile leggerezza dell’insalata verde.

Non solo scrittura, ma anche acquerelli, reading, blog e una piccola hand-made publisher, nel tuo passato e presente. Il filo rosso che lega tutti questi passaggi è la creatività. Vuoi parlarcene?

Più che la creatività credo che sia importante fare gruppo, condividere idee. “Apertura A Strappo” (conosciuta più brevemente come A.A.S.) è il blog che condivido con una decina di persone, una piattaforma pensata per dare a tante idee una specifica forma. Diverse persone hanno acquisito consapevolezza delle proprie potenzialità attraverso questa community. Gli acquerelli, invece, sono una riscoperta recente (non toccavo pennelli da una ventina d’anni): mi diverte e tra l’altro sto sperimentando soggetti che abbiano una componente narrativa, in cui è spesso al centro il personaggio di Rusulè (Rosalia), quella con rose in testa e saio marrone che nella mia immaginazione piuttosto che in Cattedrale ha preso casa a Ballarò e dalla sua finestra dialoga con i tonni.

E ora c’è Casa Woolf, cos’è?

E’ una casa di fronte al mare con un pino pirandelliano, con una grande stanza dove si organizzano già laboratori di scrittura e altre attività, con un giardino dove leggere ad alta voce.

Uno dei tuoi luoghi d’inizio scrittura è stato il Parco Letterario Tomasi di Lampedusa a Palermo. Dopo il primo decennio del 2000 è stato chiuso e negli anni recenti, quello stesso spazio, è divenuto Booq “Biblio Officina Occupata di Quartiere”. Preferisci il prima o il dopo?

Tutto si evolve, si chiudono periodi, se ne aprono altri. Ogni progetto che orbita attorno ai libri ha il suo fascino, il piacere della lettura in cima alle priorità.

Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018. Tu che quotidianamente vivi la fascia costiera bagherese e il suo entroterra, come pensi che la lunga ombra di questo prestigioso riconoscimento possa investire le periferie della provincia o, meglio ancora, immagini possa ricomprendere tutta la tua località d’origine?

Bagheria e paesi vicini sembrano lontanissimi da Palermo, succede molto poco e sempre con grande difficoltà: tanti ragazzi non sono più in giro ma a fare i camerieri a Londra e chi rimane si arrabatta per arrivare a fine mese o si accontenta di happy hour con cibi low cost. Pochissima animazione culturale, spesso affidata a personaggi di basso profilo la cui cifra è la provincialità. Naturalmente ci sono delle eccezioni, sto pensando a Rosalba Colla e al suo festival di film d’animazione, “Animaphix”, che è già alla sua seconda edizione.

E prima di salutarci; il prossimo passo creativo?

Diversi progetti: a livello di blog – dopo i consensi del nostro “Gattopardo raccontato dalle cameriere” – stiamo sviluppando una riscrittura de’ “L’Amleto”, l’obiettivo rendere l’inglese attraverso un italiano farcito da understatement; di mio in cantiere una cosa ancora poco definibile, forse attorno ad una moglie pazza che rompe piatti.

Giorgio D’Amato, nato a Palermo e residente nell’area costiera della provincia, è laureato in Economia e lavora nell’ambito della contabilità industriale. Ha pubblicato “L’estate che sparavano” (Mesogea, collana Petrolio, 2012) e “Sonata per i porci” (Michele Di Salvo Editore, 2007). Alcuni suoi precedenti racconti sono stati pubblicati in “Il primo bacio fa schifo” (Coniglio editore, 2007), “Folgorazioni” (Terre di mezzo editore, 2007), “Tabula Rasa” (Besa edizioni, 2007 n.5), “Margini” (Ottavio Navarra editore, 2007 n.2). “Cernia Tossica” (Mesogea, novembre 2016) è il suo ultimo romanzo.