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Cartoons non è un gioco: il jazz di Francesco Cusa and The Assassins sorprende tutti

Con Cartoons, Francesco Cusa and The Assassins approdano a un punto di sintesi che sembra maturato lungo un percorso preciso, quasi teorico prima ancora che musicale. È un disco che prende la memoria collettiva — le sigle animate degli anni Ottanta, da Candy Candy a Holly e Benji, da Kiss Me Licia a Lupin, Lady Oscar, Pollon — e la sottopone a un processo di trasformazione radicale: smontaggio, astrazione e ricomposizione. Nessuna indulgenza nostalgica poiché la cultura pop diventa materiale da laboratorio, detonatore per un lavoro di improvvisazione che guarda dritto alla storia del free jazz e alla sua dimensione politica ed estetica.

Il disco è uscito su tutte le principali piattaforme digitali, Bandcamp incluso, e arriva accompagnato da una frase che suona come bilancio e rilancio insieme: «Dopo questo posso anche morire». Non l’iperbole di un artista in cerca d’effetto, ma la consapevolezza di aver portato a maturazione una linea di ricerca lunga anni. Francesco Cusa — batterista, compositore, scrittore e poeta catanese — ha attraversato in profondità i territori dell’improvvisazione radicale europea, lavorando sulla partitura come organismo mobile e sulla band come comunità temporanea di decisioni istantanee.

In questo senso, il jazz di Cartoons non è uno stile ma una messa in crisi permanente delle forme, una definizione che sembra cucita addosso al lavoro di Cusa, che in Cartoons usa melodie iper-riconoscibili per farle implodere dall’interno, riducendole a nuclei ritmici e sagome armoniche aperte, perché se improvvisare significa assumersi pubblicamente la responsabilità del rischio, ascoltando questo nuovo capolavoro di Francesco Cusa and The Assassins ci si accorge che il metodo collettivo anima questo disco. Ogni snodo formale è terreno di tensione reale e ogni passaggio una scommessa condivisa.

Cusa ha costruito attorno a sé un gruppo capace di abitare questo spazio instabile con lucidità e sangue freddo. Giovanni Benvenuti al sax tenore alterna fraseggi angolari e distensioni timbriche. Domenico Caliri porta nel suono una chitarra elettrica fatta di frizioni e deviazioni laterali, Tonino Miano alle tastiere scava piani armonici mobili; Riccardo Grosso e Ferdinando Romano — tra basso elettrico, contrabbasso ed elettronica — generano un fondale ritmico continuamente cangiante. La batteria di Francesco Cusa funge da centro gravitazionale elastico, capace di aprire corridoi, sospendere il tempo e rilanciare l’azione collettiva.

C’è anche un dato quasi epico, da tradizione jazzistica più che da produzione contemporanea iper-lavorata: le partiture complesse, sono state incise in una sola giornata. Un gesto che richiama quelle session storiche in cui l’urgenza creativa e la preparazione estrema coincidevano, e che qui ribadisce la natura profondamente performativa del progetto. Cartoons sembra muoversi esattamente in questa direzione, facendo di ogni brano una riflessione in tempo reale sulla memoria e sulla possibilità di reinventarla.

La dimensione visiva completa il quadro. L’edizione fisica — stampata in tiratura limitata di 100 copie — ospita l’artwork in gouache firmato da Claudia Scavone. In copertina compare Cusa in giacca elegante francese, con una bacchetta da batteria diventata vegetazione per sostenere un procione: immagine ironica e perturbante che allude al suo modo di saccheggiare l’immaginario jazz e pop per trasformarlo in linguaggio nuovo. Colori saturi e segno deciso con cui Scavone costruisce un ritratto concettuale che avverte l’ascoltatore fin dal primo sguardo.

In fondo Cartoons è un disco sulla trasformazione, e forse anche sulla maturità del gesto improvvisativo. Le melodie televisive dell’infanzia vengono distillate fino a diventare archetipi sonori, profili ritmici e figure fantasmatiche che attraversano le strutture e scompaiono. Lupin e Candy cessano di essere personaggi e diventano materia prima, come accadeva ai temi tradizionali nel free storico: pretesti per aprire spazi.

Francesco Cusa and The Assassins non creano quindi un’operazione celebrativa ma una metamorfosi. Ed è proprio questa capacità di mettere in crisi le forme ereditate, che rende Cartoons uno dei lavori più significativi e stimolanti apparsi di recente nel panorama del jazz contemporaneo.

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