mercoledì, 14 Gennaio 2026
spot_img
HomeculturaAlessandra Novaga al Pitrè: quando una chitarra elettrica fa di Palermo un...

Alessandra Novaga al Pitrè: quando una chitarra elettrica fa di Palermo un sogno tarkovskijano

Sabato 6 dicembre, al Museo Etnografico Siciliano “Giuseppe Pitrè” di Palermo, è andata in scena una di quelle rare occasioni in cui la musica non accompagna il luogo: lo riscrive. Alle 20 in punto, con la VII edizione di #wallofsounds 2025 – “territorium/territori” – il solo di Alessandra Novaga, “The Artistic Image Is Always a Miracle”, ha trasformato una sala del museo in un paesaggio mentale sospeso tra Andrej Tarkovskij, Johann Sebastian Bach e la memoria profonda della Sicilia.

Prima che parlasse la chitarra, ha parlato il festival. L’evento è stato aperto da una presentazione a cura di Gaetano La Rosa, che ha tracciato le coordinate di questa nuova edizione di wallofsounds: il tema, “territorium/territori”, le linee guida del programma, i luoghi che verranno attraversati, gli artisti attesi a Palermo nei prossimi mesi. Un’introduzione asciutta ma densa, che ha chiarito il contesto e preparato il pubblico al viaggio. Solo dopo questo quadro, La Rosa ha passato il testimone ad Alessandra Novaga, presentandola come l’artista ideale per inaugurare il festival. Da lì in poi, ha parlato solo il suono.

L’atmosfera si è capita subito, già all’ingresso del Pitrè: un raccoglimento quasi da proiezione d’essai. La cappella scelta per il concerto ha funzionato come una scenografia naturale. Le dorature dell’altare, i verdi profondi, la trama delle superfici antiche: tutto intorno, un barocco stratificato. Al centro, Alessandra Novaga, seduta, con la chitarra appoggiata al corpo e la pedaliera ai piedi, come un piccolo cockpit analogico.

Nelle immagini della serata lei è così: capelli sciolti, il volto tagliato da una luce laterale, gli occhi spesso chiusi o socchiusi, la bocca in una linea tesa ma mai contratta. È il viso di chi sta ascoltando più di quanto stia “suonando”. Ogni tanto abbassa lo sguardo verso i pedali, sfiora un pulsante, cambia impercettibilmente il paesaggio sonoro. Il corpo resta quasi immobile: è la musica a muoversi intorno.

Chi conosce il percorso di Alessandra Novaga sapeva che non avrebbe trovato una scaletta di brani, ma un’unica traiettoria. Anni di ricerca sul confine tra partitura grafica, improvvisazione, oggetti, elettronica, Novaga è oggi una delle presenze più solide e riconosciute della scena sperimentale europea. Per chi vuole un quadro più ampio, puoi leggere di Alessandra Novaga nell’articolo che avevo scritto qui:
https://www.giornalecittadinopress.it/quando-tarkovskij-incontra-bach-con-una-chitarra-elettrica/

Sabato sera al Pitrè però contava il modo in cui occupava lo spazio: postura raccolta, zero gesti superflui, concentrazione assoluta. Se volessimo prendere in prestito la formula di Francesca Fagnani, potremmo dire che qui la “belva” era una pantera del suono: elegante, notturna, capace di muoversi felpata e poi affondare il colpo con una singola nota tenuta più del dovuto.

Il tempo è stato il vero protagonista della performance. Non tempo metrico ma il tipo di tempo che associamo a Tarkovskij: dilatato, contemplativo, ostinatamente contrario alla fretta. Le frasi della chitarra non “andavano avanti”: rimanevano, si allargavano, prendevano forma dentro le mura della piccola chiesetta e del museo.

Nel vivo del set, la chitarra di Novaga ha lavorato su più piani contemporaneamente. Sulle corde gravi costruiva droni lenti, quasi organistici; sulle corde acute lasciava cadere note isolate, spesso su intervalli aperti (quarte, quinte, ottave), che restavano sospese nell’aria come gocce di luce. Ogni nota era pesata, lasciata vibrare fino in fondo, senza l’ansia di “riempire”.

Sovrapposti a questa trama, frammenti riconoscibili di Bach. Non c’era mai la tentazione del “pezzo” da eseguire: erano schegge di linguaggio bachiano che affioravano, si facevano riconoscere per un istante e poi venivano risucchiate in un’altra materia sonora.

Uno dei momenti più intensi ed emozionanti della serata è stato quello in cui Novaga ha messo in gioco, oltre alle corde, anche la propria voce. Seduta, partendo da un’unica vocale ripetuta in una sorta di mantra sonoro, ha intonato una linea semplicissima – un filo di “la-la-la” monosillabico, sospeso su poche altezze – e l’ha registrata in diretta. Era un motivo primordiale, quasi un respiro messo in forma, che non cercava melodia ma trance.

Su quel loop minimale, quel modulo vocale ipnotico che continuava a pulsare nello spazio, ha iniziato a lavorare con la chitarra in modo ancora più radicale: impugnando un arco da violino.

L’elettrica, suonata con l’arco, ha cambiato completamente pelle. La voce registrata restava lì, ferma, a fare da centro di gravità, mentre intorno si addensavano fruscii, scricchiolii, respiri, note che nascevano e morivano su un’unica durata sospesa.

Finita questa sezione “arcuata”, Novaga ha posato l’arco ed è tornata alla chitarra, seguendo lo spartito sul leggio e intrecciando il fraseggio dello strumento con la sua voce ormai trasformata in paesaggio sonoro. La cosa più potente è successa subito dopo: concluso il passaggio alla chitarra, l’artista si è alzata lentamente, ha lasciato la sedia, lo spartito e la chitarra dov’erano, e si è spostata in un angolo della cappella del museo, al buio, vicino a una colonna.

La registrazione del suo mantra e il tappeto di chitarra continuavano a scorrere da soli, nella sala ormai “abitata” solo dagli oggetti: la sedia vuota, il leggio, lo strumento, il suono. Il pubblico guardava quella scena – la presenza assente dell’artista, il fantasma della sua voce che continuava quasi come una sirena, le vibrazioni nella stanza – e il tutto assumeva il carattere di un esperimento percettivo: chi sta davvero suonando, adesso? Dov’è il “corpo” della musica?

In un altro punto del set, la musicista ha fatto entrare anche una voce in lingua russa legata all’universo tarkovskiano: parole gutturali, quasi sussurrate, che scorrevano sugli altoparlanti mentre la chitarra reagiva per contrasto, con note lunghe e disadorne. Sembrava di assistere a un dialogo fra due fantasmi – la voce e lo strumento – in uno spazio che non era più né solo Palermo né solo il cinema di Tarkovskij, ma una zona intermedia, crepuscolare.

La pedaliera ai suoi piedi non era un giocattolo di effetti: piccoli cambi di timbro, leggere saturazioni, riverberi che aprivano o chiudevano la prospettiva. Il pathos non nasceva dal volume o dalla velocità, ma dall’uso chirurgico di queste micro–variazioni. Quando un delay si allungava o un riverbero si spegneva all’improvviso, la sala reagiva fisicamente, come se qualcuno avesse cambiato l’aria. “The Artistic Image Is Always a Miracle” è un omaggio al cinema di Tarkovskij e alla musica di Johann Sebastian Bach.

La scelta del Museo Pitrè come luogo inaugurale di #wallofsounds 2025 si è rivelata più che una buona idea curatoriale: un colpo di regia. Da una parte l’istituzione che conserva canti popolari, oggetti, riti, testimonianze di una Sicilia contadina e marinara; dall’altra una musicista che usa la chitarra per disegnare mappe intime, attraversando cinema russo, liturgia bachiana, paesaggi urbani e interni emotivi.

Il programma del festival prosegue spostando il baricentro sul rapporto tra parola, immagine e paesaggio con il convegno “/Percorrere la terra. Indagine sulla scrittura e la cinematografia di Gianni Celati”, curato da Ermanno CavazzoniJean Talon Sampieri. Due giornate al CSC – Sede Sicilia, via Paolo Gili 4, in cui la scrittura e il cinema di Celati vengono attraversati da interventi, proiezioni e incontri con il regista Paolo Muran, i docenti del CSC Piero Li Donni e Massimiliano De Serio, gli studenti del laboratorio di “drammaturgia della realtà” condotto a Porticello e Santa Flavia – “Sulle tracce di Celati: geografie umane, geografie del vuoto” – e gli studenti dei corsi di Fotografia e di Cinema e Audiovisivo dell’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Non va sottovalutato, inoltre, il segnale politico-culturale: portare una performance di musica sperimentale in un museo civico, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura di Palermo, dell’Assessorato regionale del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo, della Fondazione Orestiadi e con il supporto di Goethe-Institut, Instituto Cervantes, CSC Sicilia, Fondazione Studio Rizoma, in collaborazione con Sistema Bibliotecario, Spazio Etnoantropologico, Archivio Cittadino e Associazione En Virtudes, significa certificare che la ricerca sonora non è un vezzo per pochi, ma una delle forme vive del contemporaneo.

Forse l’immagine più forte della serata è stata il pubblico: seduto, composto, quasi sempre in silenzio assoluto. Nessun rumore di fondo invadente, molti sguardi chiusi per lunghi minuti. Non si vede spesso, in questo tempo di distrazioni perenni, un’attenzione così compatta per una proposta che non concede scorciatoie.

Quando l’ultimo suono si è spento e la voce registrata ha finalmente taciuto, è calato un paio di secondi di silenzio pieno, quasi incredulo. Poi la sala è esplosa: applausi lunghi, convinti, a restituire a Novaga l’energia che aveva tenuto compressa per un’ora. Lei, al centro dello spazio, in piedi tra chitarra, amplificatore e pedaliera, ha accolto quella sorta di abbraccio collettivo con la stessa sobrietà con cui aveva suonato: un inchino trattenuto, un sorriso breve, nessuna enfasi di troppo. L’enfasi, per una volta, era tutta dalla parte di chi ascoltava.

Chi era al Pitrè lo sa bene: uscendo, non portava in testa una canzone, ma la sensazione di aver attraversato un film senza immagini, con una chitarra elettrica, un mantra di voce registrata e una lontana eco russa a fare da guida. E, in una città abituata più al rumore che all’ascolto, questo è già un piccolo, concreto miracolo artistico.

foto di Claudia Scavone

CORRELATI

Ultimi inseriti