Venerdì 31 luglio, nel Chiasso Beato Pino Puglisi, Francesca Bommarito presenta il libro dedicato al fratello Giuseppe e ai carabinieri Mario D’Aleo e Pietro Morici, assassinati dalla mafia nel 1983

MONREALE – Un cestino di albicocche, un giornale, un’automobile di servizio e tre uomini che stanno per concludere una giornata di lavoro. Poi gli spari, i corpi sull’asfalto e il profumo della frutta confuso con quello del sangue. Nasce da questa immagine il titolo di Albicocche e sangue, il libro con cui Francesca Bommarito ricostruisce la strage di via Scobar e il ruolo investigativo del fratello Giuseppe, appuntato dei Carabinieri ucciso insieme al capitano Mario D’Aleo e al carabiniere Pietro Morici.
Il volume sarà presentato venerdì 31 luglio, alle ore 17, nel Chiasso Beato Pino Puglisi di Monreale, in occasione del terzo e ultimo appuntamento della seconda edizione di Chiasso d’Arte, la rassegna letteraria ideata e curata da Claudia Scavone e organizzata dall’Associazione Culturale Festina lente, presieduta da Rosario Lo Cicero Madè con il patrocinio gratuito della Città di Monreale e in collaborazione con l’Auser di Monreale Circolo Biagio Giordano, rappresentata da Biagio Cigno, e con la presenza della poetessa Maria Sapienza.
Pubblicato da IOD Edizioni e introdotto dalla prefazione di Nino Di Matteo, Albicocche e sangue. La strage mafiosa di via Scobar 22, Palermo: tre carabinieri uccisi, uno era mio fratello Giuseppe si colloca al confine tra memoriale, ricostruzione documentaria e inchiesta civile. Non è soltanto il racconto di un lutto familiare, ma il risultato di quasi quarant’anni di ricerca condotta tra atti giudiziari, sentenze, testimonianze, incontri con magistrati, investigatori e ufficiali dell’Arma.
La sera del 13 giugno 1983 il capitano Mario D’Aleo lasciò la caserma di Monreale a bordo di una Fiat Ritmo militare. Al volante sedeva Pietro Morici; sul sedile posteriore viaggiava Giuseppe Bommarito. Arrivati in via Scobar, a Palermo, i tre carabinieri vennero investiti da un fuoco incrociato. D’Aleo aveva con sé un cestino di albicocche raccolte da Bommarito e una copia del quotidiano «L’Ora». La scena, ricostruita nel libro con rigore e sobrietà, diventa la sintesi di una normalità improvvisamente annientata dalla violenza mafiosa.
Per molti anni la presenza di Giuseppe Bommarito sull’automobile venne descritta come una coincidenza. Secondo la ricostruzione proposta dall’autrice, invece, l’appuntato non era una vittima casuale. Era un carabiniere dotato di una conoscenza profonda del territorio monrealese e degli equilibri criminali che lo attraversavano. Aveva lavorato al fianco del capitano Emanuele Basile, assassinato dalla mafia il 4 maggio 1980, e successivamente aveva messo la propria esperienza a disposizione di Mario D’Aleo, deciso a proseguire le indagini del predecessore.
Bommarito rappresentava, dunque, una memoria investigativa interna alla Compagnia di Monreale: conosceva persone, luoghi, relazioni e dinamiche difficilmente ricostruibili attraverso i soli documenti ufficiali. Il libro sostiene che proprio questa funzione di collegamento tra le indagini di Basile e quelle di D’Aleo lo avrebbe reso un bersaglio specifico.
La vicenda criminale si intreccia con quella personale dell’autrice. Francesca Bommarito, medico psichiatra e psicoterapeuta, apprese la morte del fratello guardando un’edizione straordinaria del telegiornale. Era incinta e si trovava lontana dalla Sicilia. Nelle pagine dedicate a quella notte, il linguaggio perde ogni sovrastruttura: la notizia, il silenzio, il telefono, il viaggio, la camera ardente e i funerali di Stato vengono restituiti attraverso lo sguardo di una sorella che tenta di comprendere l’incomprensibile.
Il dolore, tuttavia, non rimane confinato nella dimensione autobiografica. Diventa metodo di ricerca. Francesca Bommarito esamina gli atti, interroga le contraddizioni, raccoglie testimonianze e ricostruisce il contesto mafioso di Monreale, territorio nel quale le indagini dei capitani Basile e D’Aleo avevano cominciato a lambire interessi criminali, economici e istituzionali.
Un passaggio decisivo del suo cammino pubblico avviene nel maggio del 1993, quando partecipa al Maurizio Costanzo Show e denuncia il silenzio calato sulla strage. In televisione pone una domanda volutamente provocatoria: i figli di Giuseppe Bommarito sono realmente orfani oppure quella strage è diventata una rappresentazione esistente soltanto nella memoria dei familiari? È il gesto con cui una vicenda rimossa torna a reclamare un posto nella storia nazionale.
Nella prefazione, Nino Di Matteo sottolinea la necessità di restituire centralità a un delitto in parte dimenticato e al lavoro investigativo delle vittime. Il magistrato richiama il principio secondo cui non possono esistere morti di mafia di serie A e di serie B. Ricordare significa conoscere non soltanto i nomi delle vittime, ma anche ciò che stavano facendo, quali interessi avevano toccato e perché furono eliminate.
La scelta di presentare il volume a Monreale possiede un valore che supera la promozione editoriale. È in questa città che operarono Emanuele Basile, Mario D’Aleo e Giuseppe Bommarito. È nella Compagnia di Monreale che si formò quella continuità investigativa che, secondo il libro, Cosa nostra volle interrompere attraverso gli omicidi.
Il significato dell’incontro è rafforzato dal luogo che lo ospita. Il Chiasso è intitolato a padre Pino Puglisi, il sacerdote assassinato dalla mafia nel 1993 per la sua attività educativa e sociale a Brancaccio. Mettere in dialogo la storia dei tre carabinieri con quella di don Puglisi significa riconoscere che la lotta alla mafia non appartiene a un’unica istituzione. Attraversa le caserme, i tribunali, le scuole, le parrocchie, l’informazione e gli spazi culturali.
A dialogare con Francesca Bommarito saranno il giornalista Rosario Lo Cicero Madè, presidente dell’Associazione Culturale Festina lente; Biagio Cigno, presidente dell’Auser Monreale – Circolo “Biagio Giordano”; la poetessa Maria Sapienza e Claudia Scavone, ideatrice e curatrice della rassegna.
Sono annunciati il sindaco Alberto Arcidiacono, gli assessori Salvatore Giangreco e Patrizia Roccamatisi, il capitano Niko Giaquinto, comandante della Compagnia Carabinieri di Monreale, il maresciallo Antonio La Rocca, comandante della locale Stazione, Enzo Ganci, responsabile del Comitato locale di Palermo dell’International Police Association, l’artista palermitano Pippo Madè che ha dato l’immagine della locandina con il suo ritratto al Beato Pino Puglisi donato nel Chiasso monrealese, l’attore e cabarettista Totò Borgese, il dott. Francesco Teriaca e il professore Stefano Gorgone.
Con questo incontro si chiude la seconda edizione di Chiasso d’Arte. Dopo Je suis Ducrot di Francesco Teriaca e Rime Sboccate di Francesco Cusa, la rassegna conclude il proprio percorso con una storia nella quale la letteratura diventa archivio, testimonianza e strumento di responsabilità civile.
«Abbiamo voluto terminare questa edizione con un libro che non si limita a raccontare una vicenda mafiosa, ma restituisce identità e dignità a uomini che hanno servito lo Stato», afferma Claudia Scavone. «Presentarlo a Monreale significa ricondurre questa storia nel territorio in cui maturarono le indagini di Basile, D’Aleo e Bommarito. Farlo nel Chiasso Beato Pino Puglisi significa ribadire che la memoria non è una cerimonia immobile: è conoscenza, educazione e capacità di interrogare il presente».
Albicocche e sangue non promette una pacificazione facile. Al contrario, pone domande sulle verità parziali, sulle responsabilità rimaste inesplorate e sul rapporto spesso doloroso tra i familiari delle vittime e le istituzioni. Ma è proprio in questa assenza di consolazioni precostituite che il libro trova la propria necessità. La memoria, quando è autentica, impedisce che vengano coperte dal silenzio.


