“68 Belice ferito”, la mostra fotografica di Nino Giaramidaro

68 Belice ferito mostra fotografica di Nino Giaramidaro
“68 Belice ferito” mostra fotografica di Nino Giaramidaro

Dal 19 gennaio fino al prossimo 25 gennaio 2018 sarà possibile visitare presso i locali della libreria del Mare di Palermo (in via Cala 50) l’interessante mostra fotografica “68 Belice ferito” di Nino Giaramidaro, giornalista ed inviato del giornale “L’ORA”, quotidiano palermitano, che si trovava all’epoca proprio in quei luoghi distrutti dal sisma e poi abbandonati dalla quasi totalità degli abitanti.

Si tratta di quaranta scatti, stampe in bianco e nero di vari formati che vogliono non solo rendere omaggio alle vittime del sisma, ma cercano di mettere un po’ d’ordine e restituire dignità e verità storica a una calamità lontana nel tempo, ancora impressa nella coscienza e nella memoria di chi vi fu coinvolto.

L’autore ci racconta in una sorta di cortometraggio fotografico, guidato dalla lucidità di un certo tipo di giornalismo d’inchiesta, la cruda e drammatica cronaca delle prime ore e dei giorni successivi al violento sisma che cinquant’anni fa, nella notte del 15 gennaio, colpì una vasta zona della Sicilia Occidentale, la valle del Belice, compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo. Il prezzo della tragedia fu altissimo: 352 morti, 576 feriti e quasi 100mila senza tetto.

La valle del Belice, zona depressa e a vocazione esclusivamente agricola, fu rasa al suolo, le ripetute scosse si accanirono “sulla povertà e su popolazioni che vivono della terra” scrive Giarramidaro stesso in una breve introduzione.

Il visitatore non potrà fare a meno nel breve percorso fotografico d’imbattersi e quindi rivivere lo strazio di quei giorni. Macerie, paesi completamente cancellati, (spiccano le due foto posta l’una accanto all’altra che mostrano Gibellina dopo la prima scossa e poi totalmente distrutta dalla violenta scossa delle prime ore del mattino), tendopoli allestite all’agghiaccio, vagoni carichi di sfollati, distribuzione dei primi viveri, volti di uomini, donne e bambini di un’Italia rurale che non esiste più. Una popolazione composta e dignitosa che nella disperazione stringe a sé i pochi effetti personali messi in salvo ed è come se già da quelle prime immagini percepissimo che non solo hanno perso la loro casa e le persone care, ma anche le radici.

Scostando l’occhio un po’ più in là viene quasi naturale comparare i toccanti scatti del Belice “ferito” ai quei ruderi così vicini alla libreria del mare, che ancora intatti ci ricordano le ferite dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Sono cicatrici di una Palermo che ha deciso più o meno scientemente di non dimenticare, quasi come se le macerie, icone, scatti anch’essi cristallizzati, facessero da specchio alla scellerata ricostruzione post-bellica che in molti casi ha cancellato o stravolto secoli di gloriosa storia privandoci per anni del nostro bene più prezioso, il mare.

Così rimangono ancora aperte le ferite del Belice colte dall’obiettivo di Nino Giaramidaro: un terremoto segnato da una ricostruzione infinita, da vite per anni trascorse nelle baracche per quei pochi che decisero di restare malgrado tutto e con molte opere primarie ancora oggi da completare.

La ricostruzione, infatti, partì da un clima politico acceso dal fervore di un sessantotto pieno di speranza che vedeva nella rinascita del Belice il riscatto per un cambiamento e una crescita civile in una delle zone a più alta densità mafiosa. Tutto questo doveva e poteva passare attraverso la programmazione urbanistica della ricostruzione. Un’opportunità unica per architetti e urbanisti di fama internazionale, chiamati dall’impegno di intellettuali come Danilo Dolci.

Il Belice divenne così una nuova frontiera che sperimentava idee che però si riveleranno un’utopia. Si progetteranno surreali città giardino sul modello dei quartieri suburbani nordeuropei che si tradussero in un fallimento.  Ecco perché oggi più che mai ricordare e ripartire da quella utopia con spirito critico e rinato vigore potrebbe ridare speranza e forse dignità a un popolo che in quelle fredde notti di gennaio perse la propria “Storia” cosi come ci racconta Nino Giaramidaro.

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