mercoledì, 29 Giugno 2022
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30 anni dalla strage di Capaci: la grande sconfitta della mafia

Credevano di avere fermato colui cge li combatteva ed hanno festeggiato, senza capire che la morte di Falcone, della moglie e dei tre agenti di scorta ha avviato un cambiamento radicale alla lotta a cosa nostra.

Sono passati 30 anni e il ricordo di quanto è accaduto alle 17:56:32 del 23 maggio 1992 è impresso indelebilmente nella memoria di tutti, anche di chi ha meno di 30 anni, considerato che ogni anno, viene ricordata la strage di Capaci, anzi dovremmo farlo ogni giorno.

Tutto accadde nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, lungo l’autostrada A29, che con i suoi 25 km collega l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo.

Il Giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, stavano tornando a Palermo come ogni fine settimana. Partirono da Roma con un jet di servizio intorno alle 16:45 e atterrarono a Punta Raisi dopo circa 50 minuti di volo. Ad attenderli le tre Croma, due blindate e la terza no. Il Giudice, come sempre faceva quando c’era con lui la moglie, che soffriva il mal d’auto e aveva bisogno di sedersi davanti, si mise alla guida della Croma blindata bianca mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza si accomodò sui sedili posteriori.

Nella blindata marrone che precedeva Falcone, c’erano gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, mentre sulla Croma che seguiva gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello.

Lungo il tragitto, ricorda Costanza, il giudice era soprappensiero al punto che, alla richiesta dello stesso Costanza di non dimenticare di restituirgli le chiavi dell’auto quando fossero arrivati, Falcone spense l’auto in corsa e sfilò la chiave. A quel punto Costanza gli disse “così ci andiamo ad ammazzare” e il Giudice riposizionò la chiave e riaccese l’auto. L’avere spento l’auto provocò un brusco rallentamento della Croma e fu proprio in quel momento che ci fu una forte esplosione e il sollevarsi di un muro di detriti, sul quale si andò a schiantare l’auto guidata da Falcone.

L’esplosione fu dovuta ad un attentato ordito dalla mafia che aveva piazzato, in un cunicolo di scolo dell’acqua piovana che passava sotto l’autostrada, una carica di esplosivo, spinto sotto il tunnel con uno skateboard, composta da 500 kg tra tritolo, nitrato d’ammonio e T4 (ciclotrimetilentrinitroammina).

Nell’esplosione, morirono sul colpo, gli agenti Schifani, Dicillo entrambi di 30 anni e Montinaro di 27, che erano a bordo della “Quarto Savona 15” che venne sbalzata lontana in un campo di ulivi lontano decine di metri, mentre Falcone e la Morvillo nel forte urto rimasero vivi. Gli agenti della blindata che li seguiva anche se feriti e sanguinanti, corsero verso l’auto di Falcone e si preparano a difendere il Giudice da un possibile secondo attacco. L’agente Costanza, che si trovava nella macchina con il giudice, rimase illeso.

Il Giudice Giovanni Falcone, 53 anni, morì durante il trasporto in ospedale per via dell’impatto contro il parabrezza, e per numerose lesioni interne. La moglie Francesca Morvillo di 46 anni, invece morì in ospedale la sera alle 22. La Morvillo, anche lei accademica e giudice, è stata l’unica magistrata donna ad essere stata assassinata in Italia.

Un altro attentato per uccidere Giovanni Falcone era stato organizzato tre anni prima, il 21 giugno 1989, con 58 candelotti di esplosivo piazzati tra gli scogli dell’Addaura, davanti alla casa al mare affittata dal giudice antimafia. L’attentato fallì solo perché la borsa piena di esplosivo fu scoperta, alle 7.30 del mattino, da quattro poliziotti della scorta. L’ordigno era pronto a scoppiare e poteva ammazzare chiunque nel raggio di 60 metri.

Sulla base dei racconti di molti collaboratori di giustizia, tra cui Giovanni Brusca, il boss che i suoi sodali chiamavano ‘u verru, il porco, ed anche ‘u scannacristiani, l’ammazza uomini, che fu l’organizzatore ed esecutore della strage di Capaci, l’uccisione di Falcone era stata pianificata dalla mafia fin dal 1983, da quando istituì il pool antimafia di Palermo.

L’Attentatuni, cioè il grande attentato, così i boss lo definirono, fu ordinato nel ‘92 da Totò Riina, detto ‘u curtu, il corto, che in precedenza aveva tentato di far uccidere Falcone a Roma, da Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, visto che circolava nella capitale senza scorta. Un banale errore, quasi grottesco, fece fallire la missione romana dei due killer. Ai due venne indicato che il Giudice si trovava a pranzo al ristorante “Matriciano”, mentre, in realtà, il Giudice si trovava al ristorante “La Carbonara” (sarà che entrambi i ristoranti hanno il nome di piatti tipici romani?).

Questo errore fece infuriare Riina e segnò un cambio di passo nella strategia mafiosa.

Gli attentatori, Giovanni Brusca e Nino Gioè, colui che diede a Brusca il via per azionare il radiocomando, erano posizionati in località Raffo Rosso, nel comune di Isola delle Femmine in cima ad un’altura a 600 metri in linea d’aria dall’esplosivo, coperti da una centralina Enel, dalla quale avevano piena visuale di un lungo tratto di autostrada. Fecero ricorso ad un radiocomando normalmente impiegato nei modellini di aeroplani, che inviò un segnale a un apparecchio che a sua volta attivò un circuito elettrico collegato ai fili dei detonatori sulla carica esplosiva.

La levetta da spingere per dare il segnale alla ricevente era stata sigillata in tutte le direzioni tranne che in una, in modo che non ci potesse essere errore o la minima esitazione al momento di dare l’impulso. La ricevente era stata realizzata con una scatola di compensato, in cui era stato collocato un motorino elettrico alimentato da batterie da 1,5 volt: una volta attivato, provocava il contatto tra un chiodo e una lamella metallica che chiudeva il circuito elettrico a cui era collegato il detonatore.

Grazie al costante e caparbio lavoro di Giovanni Falcone, del suo fraterno amico Paolo Borsellino, anche lui ucciso con un attentato mafioso il 19 luglio ‘92, in via d’Amelio, in cui morirono gli agenti di scorte Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, e di tutto il pool antimafia, venne realizzato a Palermo, nell’apposita aula bunker fatta costruire nel carcere dell’Ucciardone, il Maxiprocesso, il cui primo grado durò dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987 e che si concluse con la sentenza finale della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992.

Inizialmente gli imputati erano 475, con circa 200 avvocati difensori. In primo grado, dopo 349 udienze, 1314 interrogatori e 635 arringhe difensive, la Corte d’Assise emise 346 condanne, di cui 19 ergastoli, per un totale di 2.665 anni di reclusione. Il processo d’appello aveva ridotto in parte le condanne, e gli ergastoli erano diventati 12. Il 30 gennaio del 1992 arrivò la sentenza della Cassazione: le condanne vennero confermate e gran parte delle assoluzioni annullata.

Le foto della strage che tutti abbiamo visto sui media mondiali, sono state scattate da Franco Lannino, il primo fotoreporter palermitano arrivato, anche in modo rocambolesco, sul luogo della strage. Immagini che documentano quell’orrore che rimarrà per sempre impressa negli occhi di tutti e nei libri di storia – la foto di copertina è pubblicata per gentile concessione dell’autore Franco Lannino.

Il fotografo Antonio Vassallo, rivendica di essere stato il primo ad arrivare sul luogo della strage e di avere scattato tante foto i cui due rullini sarebbero stati sequestrati da due uomini che si sono presentati come poliziotti, con tanto di tesserino. Foto mai pubblicate e mai inserite nell’archivio degli atti giudiziari delle indagini. Per Vassallo, qualcosa non quadra. Sostiene che nel momento in cui è arrivato sul posto, la Quarto Savona 15, l’auto della scorta sulla quale viaggiavano Schifani, Dicillo e Montinaro, era stata catapultata lontano, ma ricorda di averla vista cappottata e integra, non sicuramente il cumulo di lamiere, contenuti nella teca esposta nella caserma di Polizia “Pietro Lungaro” a Palermo.

Al mistero della foto mai ritrovate di Vassallo, si aggiunge il mancato ritrovamento della valigetta del Giudice Falcone, di cui non si liberava mai, che, pare, contenesse tutti i suoi appunti di lavoro sulle indagini.

Noi del giornalecittadinopress.it, siamo a fianco di tutti coloro che combattono contro la mafia e contro tutte le forme di violenza e ingiustizia. Siamo vicini soprattutto agli uomini/donne delle forze dell’Ordine e ai magistrati che ogni giorno rischiano la propria vita per tutti noi. Grazie.

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