Presentato a Palermo il libro fotografico ‘U Ciarduni’ di Michele Di Leonardo e Salvo Valenti

Presentazione del libro fotografico di Salvo Valenti e Michele Di Leonardo
Presentazione del libro fotografico di Salvo Valenti e Michele Di Leonardo

È stato presentato ieri, 11 luglio, alla Feltrinelli di Palermo, il libro fotografico intitolato ‘U Ciarduni – Ucciardone’ di Michele Di Leonardo e Salvo Valenti (edito da Edizioni d’arte Kalós, 2018), con gli interventi di Carlo BaiamonteMaria Antonietta Spadaro, Salvino Leone e Marina Finettino.

Copertina del libro 'U Ciarduni'
Copertina del libro ‘U Ciarduni’

Le fotografie dal carcere raccolte in questo volume fanno riflettere su una realtà così inquietante e controversa del nostro universo sociale, sempre più liquido nella sua assenza di punti di riferimento.

Gli scatti fotografici di Michele Di Leonardo e Salvo Valenti hanno il puro scopo di registrare le atmosfere del luogo, il carcere e i carcerati (o meglio, l’istituto penitenziario e i detenuti, in quanto i termini “carcere”, “carcerato” e “carceriere” non possono essere più utilizzati nel linguaggio tecnico e, per questo, sostituiti con i vocaboli “Istituto penitenziario”, “detenuto” e “guardia penitenziaria”) nella loro reiterata ricerca di una verosimile quotidianità.

«Con Salvo Valenti – spiega Michele Di Leonardo – oltre ad essere amici da tanti anni, condividiamo progetti fotografici in quanto ci occupiamo di reportage anche sociali. La scelta di realizzare questo libro insieme – prosegue il fotografo – è nata dal bisogno di scoprire quale mistero si celasse dietro i muri dell’Ucciardone: una curiosità che, entrambi, abbiamo sempre avuto sin da piccoli. Ci è sembrato doveroso raccontare, attraverso le immagini, la realtà quotidiana di queste persone e abbiamo ricevuto da parte loro non solo molta disponibilità, ma anche grande partecipazione».

«Abbiamo riscontrato la straordinaria umanità, l’accoglienza imprevista e la capacità di relazione tipiche di una famiglia che, personalmente, mi hanno lasciato un profondo senso di umanità che va ben oltre quelle quattro mura: mura che rendono il tempo denso e che ciascuno di noi potrebbe ritrovarsi a vivere qualora commettesse un reato».

«L’immagine che mi è rimasta più impressa – conclude il fotografo – è quella di alcuni detenuti che si trovavano in fondo ad un corridoio, affacciati ad una finestra, mentre, in una stanza a fianco, si intravedeva la figura di un altro detenuto con una mano sulla testa disperato perché aveva ricevuto la notizia che la sua pena si sarebbe protratta per un altro anno: la sua disperazione e la rassegnazione degli altri, questa è l’immagine che mi ha colpito».

Presentazione del libro fotografico di Salvo Valenti e Michele Di Leonardo
Presentazione del libro fotografico di Salvo Valenti e Michele Di Leonardo

I due fotografi, hanno inteso cogliere momenti diversi della vita dei detenuti senza cercare l’inquadratura perfetta, anzi insistendo sulla casualità dello scatto, per provare a raccontare la realtà difficile, complessa, di quegli uomini che, per una ragione certamente a loro imputabile, si ritrovano in quel luogo “non luogo” per parte della loro vita, privati di uno dei beni più preziosi dell’essere umano: la libertà.

Presentazione del libro fotografico di Salvo Valenti e Michele Di Leonardo
Presentazione del libro fotografico di Salvo Valenti e Michele Di Leonardo

Fulcro di senso e significato negli scatti dei due fotografi sono certamente “la grata” (le sbarre) e “lo sguardo”, inteso come dono, al quale la fotografia è legata (lo sguardo di un padre detenuto che guarda la foto del figlio, ad esempio, è strumento per mantenere il legame con la famiglia attraverso il ricordo): una fotografia sociale e testimonianza di quella realtà parallela tanto vicina a noi, ma che tendiamo spesso a dimenticare, a non vedere, a ignorare.

«Non è facile spiegare le emozioni che si provano entrando in un luogo del genere – spiega Salvo Valenti -, ma sono certamente molto forti a partire da quando attraversi il cancello d’ingresso e lo vedi chiudersi poco dopo alle tue spalle. Dopo un primo approccio per cercare di entrare in empatia con i detenuti – prosegue il fotografo – abbiamo iniziato a lavorare senza particolari difficoltà tecniche in quanto abbiamo scattato senza flash con luce-ambiente».

La fotografa Patrizia Bognanni e la sua amica durante la presentazione
La fotografa Patrizia Bognanni e la sua amica durante la presentazione del libro

«Ciò che mi hanno trasmesso queste persone – continua Valenti – è il loro essere semplicemente umani con potenzialità non indifferenti che, a volte, neanche loro sanno di avere e che, una volta usciti, non è detto coltiveranno. L’immagine che mi ha particolarmente colpito e rimasta impressa – conclude il fotografo -, è quella dei panni stesi fuori dalle grate: fin da piccolo, quando passavo di li con mio padre, vedevo questi panni, ma non capivo che li ci fossero delle persone e quando ho visto questa scena, dall’interno delle mura, è stato come se il tempo si fosse fermato e ho capito il senso che ha per loro il tempo ».

 

 

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