Mostre, concerti ed incontri al Festival delle Filosofie: il teologo Vito Mancuso parlera’ di fede e sincerità

Il teologo Vito Mancuso
Il teologo Vito Mancuso

Continua con un successo oltre ogni previsione la prima edizione del Festival delle Filosofie, organizzato dall’Associazione Lympha e inserito a pieno titolo fra gli eventi principali di Palermo Capitale della Cultura.

Dopo i primi due weekend di ‘tutto esaurito’ al Conservatorio e all’Orto Botanico, fra incontri, concerti, masterclass e passeggiate filosofiche, sabato e domenica si continua con il programma, fitto di eventi, fra Palazzo Butera, il Sagrato della Cattedrale e la Sagrestia della Chiesa di San Domenico. Si comincia alle 16 di sabato, proprio a Palazzo Butera, con la performance musicale Ephemera, di Giuseppe Lomeo e Marco Ariano.

Il concerto esplora la fragile zona d’ombra che contiene e separa l’ impermanenza dell’attimo e la stabilità dell’essere, quella riva del tempo e del silenzio dove i suoni si stagliano e si inabissano. Due artisti fortemente convinti, Ariano e Lomeo, che la loro esperienza artistica sia essenzialmente inscindibile dalla loro pratica di vita e di pensiero, che potremmo largamente qualificare come filosofica.

A seguire si parlerà di ‘Estetica del quotidiano’ con Elisabetta Di Stefano, professore associato di estetica Università di Palermo, Marco Carapezza, professore associato di filosofia del linguaggio, Marcello Faletra, professore di Fenomenologia dell’immagine e decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, Serena Giordano, docente di Didattica dell’arte presso Accademia di Belle Arti di Palermo e Marco Pomara, direttore del centro culturale Biotos, componente del comitato direttivo di Lympha. Di sera, per gli appassionati,

‘La notte della filosofia’, concerto a cura del Brass Group al Ridotto dello Spasimo. Domenica alle 10, invece, dopo un concerto di apertura, sul Sagrato della Cattedrale ad opera degli allievi del Conservatorio ex Bellini di Palermo, si parlerà di ‘Fede, sincerità e fiducia’ con il teologo divulgatore Vito Mancuso, docente di storia delle dottrine teologiche all’Università di Padova.

Che cosa significa affidarsi, oggi? A chi ci affidiamo? Cosa siamo “portati” a credere? Le crescenti contrapposizioni che esperiamo nella nostra vita sociale e di relazione sembrano assumere l’aspetto di uno scontro tra fedi, credenze radicali e non negoziabili poggiate su una base più emotiva che razionale, in una sorta di “retorica del sentimento” che spesso ostacola, più che favorire, la ricerca dell’accordo. Recuperare la dimensione della “vera fede” come capacità relazionale fondata sul dialogo e l’argomentazione potrebbe essere il punto di partenza per superare la logica della contrapposizione “a tutti i costi”.

Relatori saranno, oltre lo stesso Mancuso, anche Carmelo Torcivia, professore di teologia pastorale Facoltà Teologica di Sicilia, Giuseppe Nicolaci, già professore ordinario di filosofia teoretica all’Università di Palermo e Sebastiano Vecchio, professore ordinario di filosofia e teoria dei linguaggi presso l’Università di Catania.

Ma il Festival, non è ‘solo’ incontri: si inaugureranno questa settimana, infatti, le prime tre mostre di alcuni degli artisti del Centro Culturale Biotos. Le installazioni saranno ospitate dalla Sacrestia della Chiesa di San Domenico, potranno essere visitate tutti i giorni dal martedì al sabato (ore 9.30-17.00) le mostre di Luigi Di Gangi, Letterio Pomara e Guido Gosta, tre artisti e tre diversi linguaggi che dialogheranno all’interno di una stessa cornice, insolita ma allo stesso tempo solenne e mistica.

Tutte le proposte artistiche sono curate da Marco Pomara, direttore del Centro Culturale Biotos.

SANTI ALCHEMICI” mosaici di Luigi Di Gangi

Un progetto espositivo lungo 80 opere, tra quadri e pale, libri e scatole, che propone un suggestivo esublime percorso iconografico dalle immagini vorticose e quasi ossessive per colori e forza, di ricerca erievocazioni tra arte e fede nella Sicilia dei suoi Santi.

Luigi Di Gangi, noto attore e regista teatrale dai natali madoniti, converte la sua arte drammaturgica inmateriali “recuperati”, attraverso una tecnica di collage al confine col mosaico, con cui dà vita a discorsinarrativi fortemente visionari.

L’artista strappa manifesti dalle strade della sua città, colleziona vecchigiornali e copertine di riviste, locandine, manuali, antiche mappe e rari carteggi, che ritaglia e sminuzzaper poi ricomporli, applicandoli su tele e supporti lignei anch’essi riesumati da mercatini antiquari e pezzidi memoria popolare.“Belchite. Silenzi di guerra” fotografie di Letterio Pomara

È un reportage rigorosamente analogico, con un corpo di una cinquantina di immagini in bianconero e vario formato.Si parla, fotograficamente, di Spagna e più precisamente della battaglia di Belchite, cittadina a circa 60km a sud di Saragozza, in Aragona, che nel 1937 fu teatro di una cruenta battaglia tra i nazionalisti di Franco e i repubblicani, ancora oggi ricordata per la sua ferocia.

Il paese fu letteralmente raso al suolo, completamente abbandonato dai pochi superstiti, e le sue rovine furono lasciate lì a futura memoria. Un vero e proprio museo degli orrori a cielo aperto, monito silente della crudeltà umana.

È un reportage libero e obiettivo che l’autore ha voluto privo di committenza, per non dar luogo a eventuali strumentalizzazioni. Fotoreporter professionista, Letterio Pomara, è autore di reportage fotografici a sfondo sociale,antropologico e ambientale.“Corpi strappati e altre lacerazioni” elaborazioni fotografiche di Guido Gosta.

Si tratta di un percorso espositivo rievocativo ed emozionante tra tele impresse da colori ed acidi, masoprattutto da ricordi fatui.Una nuova mostra impossibile da classificare né come fotografica, né pittorica, né altro di convenzionale o conosciuto, in quanto i lavori di Guido Gosta non sono nulla e sono tutto, ma fra tutto certamente più di ogni altra cosa sono poesia, una poesia che non vuole essere nè garbata nè interessata,né accomodante. Immagini malate con vistose alterazioni, come lebbra, come cancro.

Ma c’è qualcosa di insolito che inquieta, questo cancro non appartiene a questi corpi rappresentati, egli è sopra di essi e si avverte un movimento inconsueto nella comunicazione tra fotografo e soggetto. Qui non è la luce a colpire il soggetto e poi rimbalzare verso l’obiettivo, al contrario si sente che qualcosa si muove preponderante dal fotografo verso un soggetto ignaro.

Fotografare come Guido Gosta certamente richiede una discreta dose di scissione emotiva.Se da un lato infatti emergono costruzioni geometriche accademiche, composizioni attente, un impeccabile utilizzo di luci ed ombre, l’utilizzo di apparecchiature di medio formato o a banco ottico ed illuminazione curata in studio, sempre sapientemente calibrata, poi, successivamente, irrompe un’orda distruttrice che attacca tanta perfezione, tanta precisione e tanta cura.

E’ l’intervento inconscio della creatività che si ribella al sapere, che maltratta e violenta architetture tanto sapientemente e tanto pazientemente costruite per lasciare solo un senso di lacerazione e di erosione.

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